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TUTORIAL VERSO L’8 MARZO

 L’uso imprevisto del corpo collettivo nello spazio pubblico è sovversivo.

Cerchiamo un gesto che racconti l’alleanza radicale tra corpi che eccedono i confini angusti dell’immaginario dominante: vogliamo alzarci le gonne, vogliamo farlo insieme e, insieme, vogliamo ridere con tutta la forza della nostra rabbia. 
Scioperiamo il lavoro, la precarietà, il genere, i confini spaziali tracciati da governi che non riconosciamo; ci ribelliamo alla violenza economica, a quella discorsiva, a quella domestica e di strada; ci opponiamo alla sessualità eteronormata e al controllo medico sui nostri corpi; ci alziamo le gonne, infine, per scioperare il ruolo di vittima, così funzionale all’esproprio del nostro piacere. 
Ana suromai è il gesto di alzarsi le gonne e mostrare la vulva. Questo gesto ha origine nei culti arcaici della Dea e ricorre come elemento di conflitto in un numero significativo di lotte contro il potere patriarcale e sessuofobico in ogni parte del mondo. 
Oggi vogliamo riproporre questo gesto insieme a tutti i corpi favolosi con cui lottiamo ogni giorno. A un sistema binario che comprime i corpi in una norma mitica rispondiamo con la potenza della molteplicità delle nostre forme, forti delle nostre differenze. Perchè il corpo non sia un destino, ma uno strumento di resistenza, piacere e di rivoluzione.

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Non una di meno – Assemblea cittadina

10 gennaio h 19.30 – Casa delle Donne

VERSO L’8 MARZO – SCIOPERO DELLE DONNE
– Il 26 novembre scorso 200 mila persone hanno manifestato a Roma contro la violenza sulle donne.
– Il giorno successivo 1500 persone riunite in tavoli di lavoro hanno lanciato per il prossimo #8marzo l’adesione dall’Italia allo Sciopero Internazionale delle Donne.
– A partire dal 13 dicembre in diverse città di tutto il paese si sono riunite assemblee cittadine locali, per fare di questo 8 marzo una data storica, che segni un punto di non ritorno nella lotta contro tutte le forme di violenza sulle donne.

“SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, ALLORA NOI NON PRODUCIAMO”
E’ a partire da questo motto, lanciato dalle donne argentine, che ha preso piede l’idea di uno sciopero internazionale dell’8 marzo, ma sappiamo bene che c’è tanto ancora da inventare e realizzare, affinchè questa forma di protesta possa dare vita davvero a una lotta globale.

Come vogliamo costruire allora questo 8 marzo a Milano?
Quali sono tutte le forme di sciopero che sappiamo inventare e immaginare?
Cosa vogliamo fare da qui a quella data perchè questa chiamata si diffonda il più possibile ?
Come ci immaginiamo questa giornata?
Cosa andremo avanti a fare insieme a partire dal giorno successivo?

Il 10 gennaio l’assemblea cittadina di NON UNA DI MENO – MILANO si riunisce per mettere insieme tutte le possibili idee, proposte e risposte a queste domande.

Ore 19.30, Casa Delle Donne di Milano,
via Marsala 10, MM2 Moscova

https://www.facebook.com/events/1814443135470803/

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reportage fotografico NoExpoPride 20 Giugno 2015

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No Expo Pride: né normali né sfruttate, tantomeno strumentalizzate (tira sempre più un casco che un pelo di fica)

07Siamo parte della rete NoExpoPride e numerose abbiamo partecipato al corteo che si è snodato nelle strade di Milano in occasione della MAYDAY NoExpo.

Abbiamo riempito quelle strade con le nostre parole e i nostri corpi, convinte che una visione non mainstream sui generi sia fondamentale all’interno di un movimento che si batte contro la
devastazione e saccheggio dei territori, contro la precarizzazione selvaggia, contro la negazione dell’accesso ai servizi e ai diritti fondamentali.

Siamo state in piazza, quindi, con le nostre modalità, con i nostri corpi liberati e queerizzati, con boa fuxia e ombretti glitter, con vagine giganti di cartapesta che abbiamo fatto squirtare sui muri di alcune chiese, in un parossismo di tutto quanto ci viene quotidianamente negato: la libertà autodeterminata dei nostri corpi. Rivendichiamo e proponiamo una pratica orizzontale e condivisa di percorsi che si incontrano e
costruiscono insieme.

Questo è il contenuto della nostra pratica politica e questo ancora una volta ci viene negato da Expo con la sua visione della donna funzionale solo a procreare e nutrire il pianeta, con il suo utilizzo opportunista e strumentale delle soggettività omosessuali a fini esclusivamente economici, e allo stesso tempo con il patrocinio alla predicazione omofoba leghista e fanatico-cattolica.

Per questo rivendichiamo la nostra rabbia, che si esprime anche con la forza erotica, gioiosa e passionale dei nostri corpi in corteo, riappropriandoci collettivamente delle strade e delle piazze della città, tessendo relazioni e costruendo legami, con cura e con l’attenzione di andare avanti insieme, senza lasciare indietro nessuna.

Oggi ci troviamo a fare un bilancio, sapendo che in quella piazza sono state messe in atto pratiche che come primo, e per ora unico, effetto hanno ottenuto quello di neutralizzare la complessità del nostro messaggio e del percorso che ha dato vita a quella mobilitazione, e in questo senso ci sentiamo di dire che l’ha sovradeterminata. Responsabiltà dei media? Si, certo. Ma anche di chi sapeva che sarebbe successo e ha agito ugualmente.

Noi froce lesbiche trans femministe rifiutiamo la riduzione del conflitto alla logica del “grande evento” da dare in pasto ai media nella società dello spettacolo o alla competizione tra ceti politici più o meno rivoluzionari.
Per noi, il conflitto è invece una pratica quotidiana che politicizza interamente le nostre vite e i nostri corpi, che tende alla costruzione di relazioni sociali diverse fuori e contro il sistema capitalistico, che si nutre di gesti che desiderano allargare il consenso e le possibilità di soggettivazione politica, invece che restringerlo a “stili di militanza” insostenibili per l’ecologia dei nostri corpi e per le nostre vite massacrate dalla precarietà.
Non sarà la sovradeterminazione di pratiche testosteroniche, né l’indignazione da divano di chi giudica senza partecipare a fermarci, né tantomeno quella dei media e del potere costituito che è andato a nozze con uno scenario amplificato e strumentalizzato.

Andiamo avanti, e lo facciamo a partire dalla totale e incondizionata solidarietà alle/agli arrestate/i post corteo, perchè il carcere non lo auguriamo a nessuno, consapevoli che non può che devastare le vita e produrre sempre nuovo dolore. scegliamo di dissentire, però, riprendendoci quello spazio politico oggi oscurato dal fumo del machismo e dai media, continuando ad occuparlo e trasformarlo con i nostri peli, i nostri corpi e le nostre parole che hanno l’ambizione di partire da sé per iniziare processi di cambiamento che portiamo avanti sia all’interno dei movimento che della società, con costanza e pazienza.

Rilanciamo quindi con forza i prossimi appuntamenti che ci siamo date
da tempo:

17 Maggio: in occasione della giornata internazionale contro l’omo-transfobia: PASSEGGIATA GAIA e Assemblea Pubblica Milanese. Le strade saranno libere solo quando ce le riprenderemo. Attraverseremo delle strade rese insicure dalla politica securitaria e militarizzante del territorio. I nostri corpi queerizzati le libereranno con una presenza colorata e favolosa.

20 GIUGNO: NO EXPO PRIDE! Parata queer attraverso le strade milanesi. Il nostro diritto ad autodeterminarci rivendicato con un serpente queer. Contro il pink washing di women for expo, contro la gay street contro ogni ghetto e costrizione che ci impedisca di accedere a una vita libera e a diritti riconosciuti.

Froce, lesbiche, trans e queer della Rete NoExpoPride-Milano

Collettivo Shora
Collettivo Lucciole
Collettivo Ambrosia
Collettivo Bicocca

noexpopride.noblogs.org

 

 

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NÉ NORMALI NÉ SFRUTTATE! Appello per una mobilitazione frocia, femminista e queer contro Expo 2015

10458156_740721346024135_6502754561966180213_nExpo2015 non significa solamente cementificazione, mafia e investimenti di ingenti capitali (pubblici) a fini di guadagni (privati). Expo 2015 è l’alibi per giustificare e mettere in campo, da una parte, modelli di ridefinizione del mondo del lavoro, e dall’altra, modelli di controllo e normalizzazione della popolazione. Governo, comune, regione e società private, inclusi i grandi sponsor nazionali ed esteri, sono consapevoli che i propri guadagni si consolideranno dal giorno dopo la chiusura dell’Esposizione Universale a Milano, quando ognuno di essi metterà a bilancio i vantaggi sia politici che economici che Expo avrà loro consegnato.
All’interno del meccanismo di raccolta di consenso che Expo tenta di imbastire attorno a sé, con propaganda e promesse subdolamente efficaci, come collettivi di genere ci interessa soffermarci e capire il significato che assumono la campagna WomenForExpo e la costruzione della GayStreet milanese.

WomenForExpo
Questo progetto coinvolge Comune, Provinica, Regione, Expo SpA, Ministero dell’Economia e delle Finanze e grandi sponsor privati, oltre ad associazioni e realtà femminili e di donne, per lo più legate a quel femminismo della differenza tanto potente in Italia.
WfE è la “quota rosa” di Expo, si avvale di una potente struttura burocratica ed economica, e propone l’immagine di una donna che trova in Expo il proprio posto in quanto imprenditrice, cittadina europea e del mondo,e soprattutto madre, quindi “naturalmente” votata al prendersi cura, al cullare e al “nutrire il pianeta”. E’ un progetto che normalizza la condizione di oppressione delle donne, svelandola e infiocchettandola come fosse qualcosa da accettare e addirittura esaltare.
Da un lato si promuove la donna imprenditrice e di potere, sfruttatrice di altre donne e di altri uomini, e dall’altro si accentua l’oppressione di tutte le altre donne, giustificandola con la “vocazione” alla maternità e alla cura, per impedire qualsiasi rivendicazione di libertà e parità, del resto impossibile in una società che divide per sfruttare meglio. Miliardi di donne che lavorano ogni giorno nei settori dell’alimentazione e della cura non troveranno in Expo nessuno spazio, anzi: si confermerà, tramite lo schiavismo mascherato del “volunteering” e del lavoro precario, la condizione di sfruttamento doppio a cui oggi le donna sono sottoposte.

GayStreet in via Sammartini
Il Comune di Milano ha deciso di ripulire via Sammartini (adiacente alla Stazione Centrale) dalla microcriminalità mettendo in atto politiche securitarie e di controllo, per poi colorarle di rainbow. Telecamere, chiusura del traffico e presenza permanente di polizia locale vorrebbero permettere al turismo (u)omosessuale di Expo di trovare in quella via una risposta commerciale. L’intento – dichiarato – è di puntare a incrementare le cifre del turismo omosessuale e del mercato “pink”. Viene proposto l’unico modello di omosessuale gradito ed integrabile, normalizzato, maschile e di classe media, escludendo completamente i soggetti lgbit*q che non rientrano negli stereotipi accettati socialmente o che non risultano essere utili alle logiche di mercato.
La decisione della costruzione della GayStreet, calata dall’alto e rivolta al turismo e non alle cittadine e ai cittadini milanesi, ci toglie ogni possibilità di autodeterminazione sulla città che viviamo e nella quale subiamo ancora quotidianamente l’esclusione, la discriminazione, l’omofobia.

Sebbene i due progetti abbiano consistenze diverse, sono entrambi accomunati dall’utilizzare le nostre identità e i nostri corpi in nome del profitto, e propongono la sussunzione delle nostre rivendicazioni e delle nostre lotte all’interno di un processo sociale e politica, sempre più escludente, maschile e razzista. La quota rosa di Expo e la GayStreet risultano essere dispositivi di normalizzazione e di reclusione all’interno di spazi fisici e politici, che, vantandosi di essere progetti progressisti, tentano di nascondere lo stato dell’arte dei percorsi di smantellamento dei diritti nel mondo del lavoro, della scuola, della sanità e del welfare, e l’assenza di ogni tipo di diritto per i soggetti lgbit*. Rifiutiamo i modelli di donna e di omosessuale che ci propongono e ci impongono, e distruggiamo i discorsi che la società “per bene” fa in nome nostro e dei nostri desideri.

Invitiamo per questo tutte le singole, le realtà e le collettive femministe, froce, queer, trans, intersex ad un’assemblea nazionale a Milano il 14 Dicembre, per discutere e analizzare collettivamente la consistenza di questi due progetti, e per costruire insieme una mobilitazione nazionale femminista e queer contro Expo e le sue omo/femo-normalizzazioni.

Ci vogliono normali ci avranno ribelli!
Ci danno una strada, ci riprendiamo la città!

Milano, 14 Dicembre, ore 10:00 a RiMake, ex BNL, spazio recuperato in via Astesani 47 (MM3 Affori FN)

Collettivo femminista e lgbit* Le Lucciole, Ambrosia, Collettivo femminista Shora, Donne nella crisi

Per adesioni, informazioni e ospitalità: lucciole@autistiche.org ambrosia.milano@gmail.com

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Molto più di 194 – perchè saremo in piazza

10177479_616138515149086_8413656337390849089_nFerri da calza, prezzemolo, Cytotec,  botte, bagni caldi con senape in polvere, massaggi all’addome, segale cornuta … che cos’hanno in comune fra loro? Sono tutti strumenti utilizzati dalle donne nella storia per provocare aborti clandestinamente. Credere che oggi in Italia la realtà degli aborti clandestini sia scomparsa grazie alla legge 194 che regola le interruzioni volontarie di gravidanza è un errore.

Gli aborti clandestini sono ancora una realtà quantificata in 20mila casi l’anno; a questi bisogna aggiungere un altissimo (e crescente) numero di aborti spontanei, molti dei quali, probabilmente, causati dall’utilizzo di farmaci come il Cytotec, un anti-ulcera che ha effetti collaterali dovuti al sovradosaggio che possono provocare un aborto.

Vale la pena farsi una domanda: perché in un paese come l’Italia in cui l’aborto è una scelta consentita e legale, c’è ancora un così alto numero di aborti clandestini? Molte possono essere le risposte, alcune delle quali indubbiamente legate alla cultura e al credo religioso delle donne e quindi legate ad una morale che ancora colpevolizza le donne che compiono la scelta legittima di non avere un figlio, “assassine” secondo molti integralisti; altre risposte invece sono legate proprio alla famosa legge 194, che difendiamo solo perché è l’unica possibilità reale oggi per poter accedere all’interruzione di gravidanza sotto controllo medico, ma che certo è ben lontana dall’essere uno strumento giuridico di garanzia di un diritto.

La storia della legge 194 è una storia di lotte politiche, di donne che si sono battute per ottenere un diritto, per combattere la piaga degli aborti clandestini, è la storia dei primi consultori, è una storia che è passata dalla Corte Costituzionale per approdare ad un referendum che la ha resa una realtà. La storia della 194 è la storia di una vittoria. Nel 1978. Ma quello che è successo in questi 36 anni, purtroppo, è una storia di colonizzazione degli spiragli di ambiguità contenuti in quella legge, che avrebbe dovuto essere aggiornata, modificata, in relazione all’avanzamento delle tecnologie, alla laicizzazione (?) dello Stato, alla nuova realtà che ci si presenta oggi.

La legge 194 inizia così: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio.

Se già il prologo fa sorgere dei dubbi sul senso di questa legge (una legge sull’aborto che nell’introduzione specifica e sottolinea che lo Stato tutela la vita umana dal suo inizio? E quando sarebbe questo inizio?), poi le cose peggiorano. Subito nel secondo articolo, in cui si parla di consultori, troviamo che i medici di questi servizi sono tenuti a contribuire a far superare le cause che possono portare all’interruzione della gravidanza. E qui nasce la prima area grigia che ha permesso ai centri di aiuto alla vita, ai militanti pro-life di ogni tipo, agli anti-abortisti della prima e dell’ultima ora, di “occupare” fisicamente gli spazi della scelta delle donne, spazi nei quali dovrebbero essere supportate  e non giudicate, e nei quali invece si trovano a dover fornire spiegazioni, a veder messa in discussione la loro decisione, ad essere additate come esseri umani di secondo livello, indegne.

Anche quando le donne superano la barriera degli antiabortisti la strada non è finita: bisogna sottoporsi ad un colloquio psicologico per indagare le motivazioni della scelta, perché la legge dice che il ricorso alla IVG è permesso alla donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica. Il colloquio è spesso umiliante, spesso doloroso, comunque va a ledere il diritto a decidere di sé, del proprio corpo e della propria vita.

E poi, last but not least, ecco la punta di diamante della legge 194: i ginecologi hanno diritto ad esercitare l’obiezione di coscienza. Possono cioè, per ragioni legate alla propria coscienza, rifiutarsi di praticare le interruzioni di gravidanza. Questa legge ha prodotto quasi il 70% dei ginecologi obiettori in Lombardia. Questa legge e il dominio di Comunione e Liberazione nelle strutture sanitarie lombarde, che controlla la carriera dei medici: oggi un ginecologo che vuole fare carriera deve fare obiezione di coscienza, altrimenti passerà le sue giornate a fare interruzioni di gravidanza e non avrà mai successo. Oggi per acceder all’IVG le donne dormono nelle sale d’aspetto la notte prima della data in cui è presente un medico non obiettore. Oggi chi può va ad abortire all’estero, chi non può ricorre al Cytotec, o peggio.

Questa è la verità della legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza.

A tutto questo va aggiunto un progressivo smantellamento dello stato sociale, dai tagli sempre più ingenti alla sanità pubblica a quelli all’istruzione, che non fa altro che rafforzare il peso della famiglia, che quasi sempre ricade sulle donne, costrette a farsi carico delle mancanze di uno Stato che crea sempre più disuguaglianze. E nel frattempo la ministra Lorenzin propone un piano fertilità per invitarci ad essere più fertili, più madri (come se essere genitori riguardasse solo le donne) senza offrire nessun tipo di supporto.

Per tutti questi motivi noi NON stiamo difendendo la legge, stiamo rivendicando l’autodeterminazione dei corpi, delle vite, delle scelte. Stiamo chiedendo che l’aborto sia libero, legale e gratuito per tutte, senza distinzioni, senza giudizio.

Crediamo che l’attacco alla legge posto dal Comitato No194, che sfilerà in corteo sabato 12 aprile a Milano, sia assolutamente pretestuoso. Il Comitato è lo stesso che si fa promotore dei presidi di preghiera che si svolgono periodicamente fuori dagli ospedali nei quali, nonostante le difficoltà evidenti, è ancora possibile accedere all’IVG. Questi presidi sono composti da partecipanti che si dividono in cattolici moralisti “pro life” e cattolici moralisti di appartenenza politica all’estrema destra, Forza Nuova e simili. Questi sono i personaggi che propagandano le idee antiabortiste e riempiono le sale d’attesa dei consultori e dei reparti di ginecologia, finalmente il legame fra la chiesa e l’estrema destra risulta evidente, e anche questo dovrebbe far riflettere.

Altre sono le strade da percorrere.

Desideriamo un welfare accessibile a tutti, che permetta alle donne di scegliere se avere o no un figlio, ma che garantisca anche l’accesso agli anticoncezionali e l’educazione sessuale come strumento di prevenzione.

Vogliamo poter esprimere una, o mille, sessualità libera, rivendicare il diritto al piacere, senza rischi e senza giudizi, vogliamo la possibilità di sperimentare tutte le identità che sogniamo, vogliamo poterci trasformare, provare ruoli e relazioni fuori dall’eteronormatività, costruire famiglie a nostra misura, vogliamo conoscere i nostri corpi e parlarne senza tabù.

Per tutti questi motivi il 12 aprile anche noi saremo per le strade di Milano, ci saremo con i nostri metodi e con le nostre parole, con i nostri corpi e con i nostri desideri, ai quali non rinunciamo nonostante gli attacchi della chiesa e la mancanza di coraggio e di rispetto di chi ci governa.

Ci troverete alle Colonne di san Lorenzo, dalle 15,00 per un pomeriggio all’insegna del teatro, della cultura, dei sorrisi e della libertà.

12aprile volantino

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Molto più di 194 – 12 aprile, h 15, Colonne di San Lorenzo

10177479_616138515149086_8413656337390849089_nIl 12 aprile a milano ci sarà il corteo del comitato NO-194, gruppo di estremisti cattolici fanatici che vogliono abolire la legge 194, che regola il diritto all’aborto. Inoltre sono contrari all’eutanasia, alla sessualità libera e non riproduttiva e all’omosessualità, ma difendono come unico modello di famiglia quello tradizionale, composta solo da uomo e donna uniti nel sacro vincolo del matrimonio.
La legge 194 viene già svuotata di gran parte del suo senso dall’altissimo tasso di obiettori di coscienza, che rendono difficilissimo abortire. Basti pensare che in Lombardia il 68% dei ginecologi, il 50% degli anestesisti e il 40% del restante personale sanitario si dichiara obiettore.
Rendere illegale l’aborto non significa cancellarlo.
Le donne hanno sempre saputo come interrompere gravidanze indesiderate, la legge ha permesso che gli aborti venissero fatti in condizioni di sicurezza, inoltre, prevedendo un lavoro di prevenzione, con la legalizzazione il numero di aborti è sensibilmente calato. Abolire questa legge significa che le donne che se lo potranno permettere andranno ad abortire all’estero, mentre tutte le altre ricorreranno a mezzi clandestini che mettono a rischio la loro salute e la loro vita.
Questi sono attacchi alla nostra autodeterminazione: cioè la libertà di ognuna e ognuno di decidere consapevolmente del proprio corpo, della propria sessualità e della propria vita. Non devono essere morale, stato e religione a decidere per noi.
Noi vogliamo invece che tutti e tutte abbiano le conoscenze, i mezzi e le strutture per praticare una sessualità consapevole e sana, che sia libera dai rischi delle malattie sessualmente trasmissibili e da gravidanze indesiderate.
Noi vogliamo godere, esplorando tutte le potenzialità del nostro corpo e scoprendo ogni sfumatura del piacere. Vogliamo consultori laici aperti 24H, vogliamo gli anti-abortisti fuori da scuole-ospedali-farmacie, vogliamo contraccettivi gratuiti, vogliamo lubrificanti di prima qualità: per i nostri corpi, decidiamo noi.
il 12 aprile sarà l’occasione di far valere il nostro diritto all’autodeterminazione, ci riuniremo tutte e tutti in piazza e la riempiremo con musica, spettacoli teatrali e controinformazione!
appuntamento in colonne di san lorenzo alle 15.00

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La normalità e le regole sulle pubblicità sessiste

ikea_famiglie_rPer contrastare la diffusione di stereotipi sessisti e discriminatori la Giunta del Comune di Milano ha approvato delle regole per valutare le pubblicità da affiggere negli spazi comunali (qui trovate l’annuncio). Il Comune identifica 5 tipologie di messaggi incompatibili con l’immagine che intende promuovere: 1) le immagini che rappresentano o incitano atti di violenza fisica o morale; 2) le immagini volgari, indecenti, ripugnanti, devianti da quello che la comunità percepisce come “normale”, tali da ledere la sensibilità del pubblico; 3) i messaggi discriminatori e/o degradanti che, anche attraverso l’uso di stereotipi, tendono a collocare le donne in ruoli sociali di subalternità e disparità; 4) la mercificazione del corpo, attraverso rappresentazioni o riproduzioni della donna quale oggetto di possesso o sopraffazione sessuale; 5) i pregiudizi culturali e gli stereotipi sociali fondati su discriminazione di genere, appartenenza etnica, orientamento sessuale, abilità fisica e psichica, credo religioso. Queste regole sono state pensate non come una censura, ma come tutela e potrebbero essere uno spunto di riflessione per i pigri pubblicitari che si limitano a piazzare due belle tette di fianco a qualsiasi cosa.

Riflettere sulla pubblicità e sui suoi messaggi è importante, anche perché troppe volte ci siamo trovate a camminare in una città tappezzata di poliziotti che molestano belle ragazze, scene di stupri patinati e donne in cucina ad aspettare mariti distratti, e siamo contente che il Comune abbia iniziato a pensarci e a immaginare strumenti per intervenire.

Però (già, c’è un però) ci colpisce particolarmente il secondo messaggio: “le immagini volgari, indecenti, ripugnanti, devianti da quello che la comunità percepisce come “normale”, tali da ledere la sensibilità del pubblico”. Non possiamo fare a meno di chiederci che cosa sia questa normalità percepita dalla comunità (quale comunità?) e quale sia il pubblico che può sentirsi offeso. Ci stupisce che per tutelare le donne, o chiunque venga discriminato, si faccia ricorso alla normalità, concetto tra i più opprimenti e discriminanti, e ci spaventa pensare che sia una generica comunità a poter decretare cosa sia normale e cosa no. E se il pubblico trovasse ripugnante vedere due donne che si baciano? E se la comunità ritenesse indecente una donna grassa in bikini? E se trovasse volgari due uomini che si tengono per mano (questo è accaduto a Catania proprio per una pubblicità)? E se non considerasse normale un uomo che cambia un pannolino?

Quasi sempre tutelare dalle discriminazioni significa proprio contrastare quello che la comunità ritiene normale e accettabile, vuol dire andare contro la morale corrente per proporre immaginari nuovi e più inclusivi e avere il coraggio di sfidare la sensibilità del pubblico. Questo coraggio ce lo saremmo aspettate dal Comune e ce lo aspettiamo ancora: perché non eliminare quel secondo punto?

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