Archivio febbraio 2015

PRESENTAZIONE di FARE E DISFARE IL GENERE di Judith Butler – 7 marzo, Piano Terra h 19:30

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Ne parlano: Ambrosia, Olivia Fiorilli, Chiara Martucci, Cristina Morini e Stefania Prandi. Sarà presente il curatore Federico Zappino

 

La recente riedizione di Fare e disfare il genere di Judith Butler (a cura di Federico Zappino, prefazione di Olivia Guaraldo, Mimesis 2014) sancisce l’importanza di questo testo all’interno del vasto campo degli studi critici femministi e queer. Identità di genere, eteronormatività, corporeità, parentela, unioni tra persone dello stesso sesso – e ancora trasformazione sociale, riconoscimento, interdipendenza, desiderio e autodeterminazione, sono tutti i fili che vanno a comporre la riflessione più matura, e vibrante, di Judith Butler sui temi che nei primi anni Novanta furono al centro del fondamentale, e tuttora discusso, Gender Trouble.

L’insistenza sulla processualità del fare e del disfare, individuale e collettiva, consente in questo testo di cogliere in essa i tratti di una riconfigurazione costante dei parametri di intelligibilità del soggetto che il genere, incessantemente, produce. Come ogni classico del pensiero, tuttavia, Fare e disfare il genere offre paradigmi e strumenti concettuali, e decostruttivi, che si rivelano utili anche per affrontare temi e problemi che il libro, formalmente, non pone. Il testo, come ha notato Anna Simone (Alfabeta2), ci dice infatti «che l’agency dei soggetti è sempre lacerata da un paradosso, ragion per cui è esso stesso l’unica condizione di possibilità; ci dice che l’uso del concetto lacaniano di forclusione risulta fecondo anche per fare e disfare il femminismo; ci dice che uno dei problemi del pensiero della differenza sessuale è la difficoltà a stabilire connessioni con i grandi mutamenti di scala del pensiero e della realtà sociale; ci dice, a suo modo, che per superare questo gap bisognerebbe ripensare l’umano senza tornare all’umanesimo». Ma Fare e disfare il genere, se «produttivamente tradito», come ha proposto Olivia Fiorilli (Commonware), è in grado di parlare non solo ai movimenti queer e transfemministi, ma anche «a tutti i movimenti sociali che combattono le politiche predatorie del neoliberismo nella sua fase attuale e che nella riflessione queer e femminista possono trovare una lente di lettura irrinunciabile». L’idea di una soggettività costantemente espropriata, spossessata, dai processi, dalle relazioni, dagli ordini discorsivi che fanno e disfano il genere (ossia: che fanno e disfano i parametri di intelligibilità del suo riconoscimento, della sua inclusione, della sua buona vita) rappresenta infatti una leva fondamentale contro la ragione neoliberista che fonda la propria ontologia sul soggetto sovrano e proprietario: «per Butler il soggetto non è sovrano né tantomeno proprietario: semmai non “possiede” pienamente neppure se stesso, il “proprio” genere, la “propria” sessualità. Il soggetto è anzi non solo fondamentalmente vulnerabile all’altro, ma anche costitutivamente dipendente». E dunque, questo testo «può essere utile anche per individuare strumenti critici da mettere in campo nel conflitto dentro e contro il lavoro in fase di ristrutturazione. Fare e disfare il genere affronta insistentemente e da varie prospettive il problema del riconoscimento come luogo di potere attraverso il quale l’essere umano viene prodotto in maniera differenziale». La «promessa di riconoscimento – del proprio valore, del proprio merito, della propria “utilità”, ma anche del proprio genere, della propria soggettività e più in generale del proprio essere soggetti sociali “degni” e possibili – diventa infatti sempre più la contropartita del lavoro: si tratta di un dispositivo perverso di estrazione di valore e al contempo di cattura delle soggettività».

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Questo «tradimento produttivo», questa feconda riattualizzazione politica del classico di Judith Butler, inaugurata dalla postfazione di Federico Zappino (Il genere, luogo precario), si rivela dunque «tanto più importante e proficua, se si considera che in questa parte di mondo, l’occidente del capitalismo avanzato, sono proprio le differenze a funzionare come dispositivi di segmentazione, d’inclusione/esclusione», e in cui il biocapitalismo cognitivo e relazionale «opera tatticamente tagliando e cucendo proprio le nostre differenze in precisi meccanismi di eteronormazione e controllo», come hanno osservato Raffaella Lamberti e Angela Balzano (il lavoro culturale), ben dimostrato dalle strategie di diversity management e dalle campagne di pinkwashing. «Lo scopo politico che attraversa tutto il testo è quello rivendicare fino in fondo il diritto alla vivibilità», ha messo in risalto Cristina Morini (Quaderni di San Precario): «la long and winding road del femminismo conta anche su tali preziose ripetizioni e rinsanguamenti. E questa Butler è quella meno dolente, quella più politica, […] quella che ci corrisponde di più. Quella che scrive, nel capitolo “La questione della trasformazione sociale”: Il fatto che il femminismo si sia sempre interrogato sulla vita e sulla morte rivela la sua natura filosofica. Che si ponga delle domande sul nostro modo di organizzare la vita, il valore che le conferiamo, sulla maniera di preservarla dalla violenza e di condurre il mondo e le sue istituzioni verso nuovi valori significa che i suoi sforzi filosofici formano, in un certo senso, un tutt’uno con l’obiettivo della trasformazione sociale».

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Ne discuteremo insieme il 7 marzo alle 19.30 a PianoTerra, in via Confalonieri 3, http://www.pianoterralab.org/

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GENDER THEORIES

gender theories

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San Valentino 2015: la crisi del settimo anno

Dal SomMovimentoNazioAnale: il nostro San Valentino 2015!

Decolonizzati anche tu!  Segui  il  blog del SomMovimento Nazioanale! http://sommovimentonazioanale.noblogs.org/altre-intimita/

SV_3-300x296Si avvicina San Valentino, una data che invita le coppie a celebrare il proprio amore e a rinfocolare la propria passione attraverso i consumi; che fa sentire particolarmente solo/a e sfigata/o chi non sta in coppia e che spinge chi pratica forme di sessualità “diverse”, come i gay e le lesbiche o i /le poliamorose, a reclamare uguaglianza esibendo la propria capacità di scambiare cioccolatini, anelli, rose rosse e promesse di amore eterno quanto e più degli eterosessuali monogami.

Siamo queer, lesbiche, gay, trans, persone non monogame e persone che pur avendo pratiche monogame o eterosessuali non credono nella superiorità della monogamia o nella naturalità dell’eterosessualità.

Rifiutiamo l’immaginario romantico perché ci rendiamo conto che questa narrazione del sesso e dell’amore ci rende infelici: quando siamo in coppia, ci spinge a sviluppare dipendenza emotiva e a isolarci affettivamente, creando terreno fertile per piccole e grandi violenze; quando la coppia finisce, ci rende la separazione ancora più dolorosa del necessario, per via della solitudine, che è la naturale conseguenza dell’isolamento in cui ci eravamo chiuse/i, e del senso di fallimento; quando restiamo “single” troppo a lungo, ci fa sentire inadeguate/i e incomplete/i.

Se poi oltre a non avere un compagno/a non abbiamo nemmeno un lavoro, la mancanza di riconoscimento sociale è totale, e ci rende più ricattabili che mai, anche nella ricerca di un’indipendenza economica.

 Diffondiamo piacere (+ intimità + affetto + cura)

Oggi vogliamo affermare che non abbiamo bisogno di biancheria di pizzo o di “offrirle una cena costosa” per godere dei nostri corpi; che non abbiamo bisogno di raccontare i nostri affetti con il linguaggio dell’amore coniugale per sentirci in diritto di viverli; che non stiamo aspettando di incontrare la Persona Giusta per amare e sentirci amate, e per sentire che la nostra vita è completa; che non abbiamo bisogno di convivere per legittimare le nostre relazioni d’amore.

Possiamo e vogliamo scambiare piacere, affetto, intimità, cura e impegno a starsi vicino – in varie combinazioni e dosaggi – con le nostre compagne e compagni, amiche e amici, con i nostri coinquilini, con gente incontrata per caso, con una o più persone con cui abbiamo deciso di condividere parti più o meno grandi della nostra vita attuale e dei nostri piani per l’immediato futuro. Non abbiamo necessariamente bisogno di concentrare tutte queste cose su un unico rapporto. Le nostre reti di affetto sono molteplici, intergenerazionali, collettive, internazionali, solide.

 La precarietà nuoce gravemente alla salute sessuale

L’unica cosa di cui abbiamo bisogno per godere appieno del sesso e dell’amore è avere tempo, energia e spazio per farlo: non essere vampirizzate dal lavoro, dalla ricerca di lavoro o dalla povertà; avere una casa; non dipendere economicamente dai nostri genitori; essere supportate/i da servizi efficienti e da una responsabilità collettiva nella cura di eventuali bambini/e; non avere censori che pontificano sulla serietà, sulla legittimità o sulla completezza delle nostre vite sessuali e affettive. In altre parole, quello di cui avremmo davvero bisogno per amare e per scopare in piena libertà è un reddito di autodeterminazione per tutti/e sganciato dal lavoro.

 Pensavo fosse amore… invece era il capitale

Fin da piccoli/e ci viene insegnato che per essere felici bisogna prima di tutto trovarsi un fidanzato/a. Ci sentiamo continuamente ripetere che la coppia è portatrice di futuro, stabilità, maturità, patrimonio e produzione, ossia gli ingredienti magici del capitalismo.

In effetti, che siamo etero o omosessuali, il modello di vita di coppia che ci viene proposto ci spinge a lavorare e consumare con più dedizione e passione (grazie IKEA!).

Nella precarietà diffusa e nella crescente competizione che acuisce le disparità basate sul genere, la classe sociale, l’appartenenza etnica, l’aspetto fisico e l’età, ci illudiamo che l’unico rifugio sicuro sia la coppia.

Naturalmente, se ci sentiamo stanche/i e depresse/i, è solo perché non abbiamo ancora incontrato la Persona Giusta e, quando la incontreremo, tutto andrà bene.

Così il mito dell’amore romantico, oltre a impoverire la qualità della nostra vita sessuale e affettiva, produce anche individui più docili allo sfruttamento e alle ingiustizie.

“Fatti una famiglia!” (Altro che welfare…)

Ci hanno abituate/i a pensare che la logica continuazione di un rapporto di coppia “serio” sia farsi una famiglia. In questo modo ci spingono a riprodurre all’infinito i modelli sociali esistenti.

L’immaginario romantico produce l’idea che una certa forma di relazione e un certo stile di vita siano più validi e degni di altri, creando gerarchie e discriminazioni fra le persone attraverso mille micropratiche sociali, oltre che nella distribuzione delle ultime briciole di welfare pubblico.

Un welfare che presuppone che il suo utente-tipo sia sempre membro o di una famiglia mononuclerare o di una coppia in quanto futura famiglia, e comunque che si pone solo come (misera) integrazione al lavoro di cura svolto dalle donne e al supporto economico di nonni e genitori.

La lotta transfemministaqueer migliora la tua vita affettiva molto più di una terapia di coppia!

Con questo non stiamo dicendo che ci siamo già individualmente e definitivamente liberate/i dal sogno del principe azzurro e dalla sindrome di due-cuori-e-una-capanna.

Non è facile decolonizzare le nostre menti e i nostri cuori dall’idea che per essere adulti e realizzati bisogna avere una compagno/a, e dalla convinzione che concentrare tutti i nostri desideri, sforzi e aspettative su questa persona sia il salutare sintomo dell’amore “vero”.

Non è facile nemmeno mettere in pratica forme di vita alternative a questo modello, perché tutta la nostra società è a misura di coppia (per quanto alcune coppie – quelle non sposate o quelle non eterosessuali – abbiano meno legittimità e diritti di altre).

Combattere questi condizionamenti culturali e materiali non è una questione di scelta individuale nè di crescita personale, ma un lavoro collettivo che abbiamo appena cominciato, e che per noi ha un immenso valore politico.

 Decolonizzati anche tu!

La lotta all’amore romantico cosí come ce l’hanno insegnato è parte del nostro lavoro per la costruzione di un welfare queer dal basso e della nostra lotta all’eterosessualità obbligatoria, al binarismo dei generi, alla normatività della riproduzione, al controllo dei corpi e dei desideri da parte del mercato del lavoro e del consumo.

Al capitalismo rispondiamo creando forme di neomutualismo, cura e aiuto che scardinano l’individualismo e il modello riproduttivo della famiglia nucleare, che sostengono le nostre forme di sabotaggio dell’etica del lavoro, del merito e della produttività.

Smettiamo di riprodurre un modello di vita che ci rende ricattabili e isolate/i.

Noi autoproduciamo, noi liberiamo la creatività invece di riprodurre in serie.

 

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7 Febbraio-NOEXPOPRIDE-h 14:00 edificio U6

no expo pride verso hangar

 

Il 7 febbraio presso l’hangar di Bicocca si svolgerà EXPO DELLE IDEE, un evento partecipato da oltre 500 esperti divisi in 40 tavoli di lavoro che si confronteranno sui temi centrali dell’esposizione.

Noi ci saremo per contestare le tematiche di Expo, in particolare WE-Women for Expo, progetto che parla di nutrimento mettendo al centro la cultura femminile, sostenendo che ogni donna è depositaria di pratiche e tradizioni legate al cibo, alla capacità di nutrire e di prendersi cura non solo di se stesse, ma anche degli altri.

L’immagine della donna offerta oggi da Expo a livello mondiale è quella della cura, della nutrizione. La donna al servizio della casa, della famiglia, e alla fine anche del pianeta. Depositaria di un sapere culinario, la donna culla la terra in un abbraccio materno. Magari indossando un grembiule e dei bei guanti di gomma.

Ma quante persone si riconoscono in questo stereotipo femminile? E soprattutto, ne conseguono dei diritti?

Viviamo in una società nella quale il welfare è fatto dalle donne, in maniera gratuita: non esistono strutture, non si pensa a sostegni di alcun tipo e tutte queste mancanze, e non una presunta natura femminile, riconsegnano le donne alla casa e alla cura. Alla donna è richiesto sempre maggiore sforzo di multitasking: madre amorevole, moglie premurosa, casalinga economa, lavoratrice attenta.

La becera presentazione che fa Expo della femminilità ci sembra un buon esempio di una retorica che nasconde una limitazione alla libertà delle donne di autodeterminarsi e che mistifica due secoli di lotta femminista. L’immagine delle donne è sempre la stessa: scolapasta in mano, mestolo e guanto da cucina.

L’universalità dell’esposizione si rivela pertanto solo un bluff, una veste di innovazione che maschera il conservatorismo dietro il quale si nasconde questa fiera, un’impostazione millenaria e immobile.

Ebbene, noi vi restituiamo il guanto, ma non getteremo mai la spugna.

No Expo Pride

 

 

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