Archivio gennaio 2016

L’AMORE E’ UNA QUESTIONE POLITICA. Intervista a Federico Zappino

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Piazza della Scala 23 gennaio 2016 #svegliaitalia

 Nel luglio dello scorso anno la Corte europea dei diritti dell’uomo ha chiesto all’Italia di adottare una disciplina legislativa sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Era chiaro che ormai la riforma non fosse più rinviabile. Per questo motivo, il 6 ottobre 2015, la senatrice PD Monica Cirinnà ha presentato il DDL che verrà discusso il prossimo giovedì 28 gennaio in parlamento, insieme a 6000 proposte di modifica. Articolato in due capi, il primo di essi regola appunto l’unione civile omosessuale come “specifica formazione sociale”, mentre il secondo disciplina le convivenze di fatto, anche eterosessuali. Nel frattempo, numerose associazioni LGBT (Arcigay, ArciLesbica, Agedo, Famiglie Arcobaleno, Mit) hanno invitato i cittadini a scendere in piazza sabato 23 per una mobilitazione all’insegna dell’uguaglianza. Ad opporsi allo #SvegliatItalia ci sono i soliti sospetti: i sostenitori del Family Day (indetto per il 30 gennaio), il Vaticano con monsignor Nunzio Galantino, il Pirellone, and more to come.
Eppure, nel caos di opinioni, giudizi e pregiudizi, c’è una voce che si staglia fuori dal coro. Questa “voce”, pur dichiarando chiaramente inaccettabile l’attuale condizione di mancanza di tutele specifiche, grida #moltopiùdicirinnà.

Di cosa si tratta esattamente? Cosa rivendica chi sottolinea l’importanza di volgere lo sguardo oltre i diritti – o presunti tali – ottenuti dall’unione civile?Lo abbiamo chiesto allo studioso di filosofia politica, teorie femministe equeer, Federico Zappino.

Le varie istituzioni europee chiedono in realtà da molto tempo, all’Italia, di dotarsi di strumenti di riconoscimento giuridico delle coppie composte da persone dello stesso sesso, come peraltro hanno fatto uno dopo l’altro i vari Stati membri, o estendendo l’accesso all’istituto del matrimonio civile, o istituendo strumenti alternativi al matrimonio. Da un tempo ancora più lungo il parlamento italiano discute proposte di legge in materia di unioni omosessuali, rimaste, com’è evidente, lettera morta. Fu l’Interparlamentare delle Donne comuniste, nel 1986, a inaugurare il dibattito, e possiamo dire che nel corso di questi trent’anni il “dibattito” non è cambiato di molto. Già nel 2006 si pensò di essere vicini a un pieno riconoscimento giuridico: Romano Prodi promise il matrimonio egualitario, in campagna elettorale, ma poi decise di assecondare l’ala cattolica e conservatrice della sua coalizione e del suo elettorato, anziché quella composta da gay, lesbiche, trans e, più in generale, quella progressista e laica, dunque smorzò in favore dell’unione civile, affossata tuttavia in parlamento.
Dalla prospettiva giuridica liberal-democratica – e la nostra, ci piaccia o meno, è una liberal-democrazia – la mancata estensione dell’accesso all’istituto del matrimonio alle coppie non eterosessuali da parte dello Stato è una discriminazione non giustificabile se non facendo ricorso ad argomentazioni apertamente omo-lesbo-trans-fobiche e sessiste, come infatti accade. Argomentazioni che, tuttavia, siamo ormai perfettamente in grado di decifrare. È una discriminazione sia dal punto di vista della libertà (la libertà di sposarsi con chi si vuole) sia dal punto di vista dell’eguaglianza, rispetto alle coppie eterosessuali. Eguaglianza non solo di tipo formale, ma anche di tipo sostanziale.

Giovedì 21 gennaio scorso eri a Parma a presentare l’edizione italiana dell’opera di Judith Butler Undoing gender (Fare e disfare il genere, Mimesis, 2014), assieme ai ragazzi del progetto GeneRiot. In quella sede hai giustamente sottolineato il fatto che un individuo con ingenti possibilità economiche attualmente può già ottenere (leggi: acquisire) delle garanzie, anche se non legalmente riconosciute. Qual è la differenza tra “chi può già” e “chi non può ancora”? 

È molto raro che ciò venga detto, ma per quanto mi riguarda credo chequesto diritto dovrebbe essere riconosciuto anche e soprattutto per motivi di classe: le coppie gay e lesbiche più povere sono doppiamente discriminate, rispetto a quelle più abbienti, in quanto alla discriminazione formale si somma quella sostanziale derivante dal fatto che alcune questioni di primo piano, come la proprietà o le successioni, devono essere regolate per vie privatistiche, e ciò comporta oneri e costi che ricadono interamente su singoli doppiamente vulnerabili. Dal punto di vista giuridico, insomma, c’è poco da discutere, per ragioni indipendenti.
Tale discriminazione giuridica potrebbe essere emendata solo dall’universalizzazione del matrimonio. Deve essere chiaro, infatti, che là dove si introducano strumenti alternativi ad esso, quali che siano gli appellativi e le peculiarità – patto civile di solidarietà (PACS), unione civile, formazione sociale specifica, unione domestica registrata e così via – è in gioco la non volontà di scardinare il privilegio della coppia eterosessuale unita in matrimonio, con tutto ciò che tale privilegio comporta non solo sul piano economico e legale, ma anche sul piano simbolico, dell’immaginario e del più vasto ordine sociale. Non bisogna sottovalutare, in ogni caso, che lo strumento alternativo può prevedere alcuni vantaggi, come ad esempio la maggior snellezza delle procedure in caso di scioglimento della relazione, che invece le coppie unite in matrimonio devono affrontare attraverso l’iter della separazione e del divorzio.

Se tutto ciò fa parte di considerazioni di ordine giuridico, e dunque di doveri dello Stato nei confronti dei cittadini, da una prospettiva politica resto dell’idea che lottare per il riconoscimento legale, che sia attraverso il matrimonio o attraverso l’unione civile, significhi confermare e perpetuare il privilegio della concezione eteronormativa della coppia – etero o omosessuale – rispetto ad altre forme di unione, non necessariamente diadiche, che siano di tipo affettivo, amoroso, sessuale, amicale, di sostegno reciproco o di parentela. Significa, inoltre, perpetuare l’assunto in base al quale molti altri diritti (quelli già citati in materia di proprietà e successioni, ma anche quelli in materia di adozione e di accesso alle tecniche di procreazione assistita) possano essere accordati solo attraverso il riconoscimento formale di una coppia. Significa, in altre parole, perpetuare una gerarchia tra le forme di unione che possono ambire alla riconoscibilità e quelle che, sprovviste dei requisiti necessari, sono condannate all’illeggibilità. Ma significa anche far passare in secondo piano i contenuti decisamente più ampi dei movimenti gay, lesbici, trans e queer, come ad esempio il diritto al reddito, alla casa, al welfare, in assenza dei quali è davvero difficile pensare a forme di affettività, di sessualità, di famiglia, di genitorialità che siano libere e autodeterminate.

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Piazza della Scala 23 gennio 2016 #svegliaitalia

Queste, e molte altre, sono le obiezioni che alcuni collettivi transfemministi e queer, come il Lab Smaschieramenti e la Favolosa Coalizione di Bologna, o le Ambrosia di Milano, hanno portato nelle affollate piazze di ieri. E queste sono le obiezioni, minoritarie e radicali, alle quali occorre prestare ascolto, non certo quelle dei fascisti o dei cattolici.

Da un lato il modello proposto rimane dunque “eteronormativo”, dall’altro la totale mancanza di tutele attuale è una condizione insostenibile: come si risolve questo cortocircuito? 

Non sono sicuro di avere una soluzione. Penso che si possano portare avanti entrambe le istanze, sia quella del riconoscimento giuridico di unioni che già esistono nella nostra società e che si trovano ad affrontare problemi materiali derivanti dal mancato riconoscimento, sia quella della trasformazione degli assetti eteronormativi della società.
Ciò sarebbe indubbiamente più semplice se si smettesse di considerare la prima istanza come l’unica possibile, mentre la seconda alla stregua di qualcosa di utopico, di secondario o, più verosimilmente, di ridicolo.Riportiamo al centro del discorso il fatto che ogni giorno, in moltissimi modi, consci e inconsci, educhiamo bambine e bambini ai generi distinti ed eterosessuali, e che ciò preclude fin da principio una quantità infinita di altre possibilità di esistenza e di relazione, oltre il “due” della coppia, che poi è il “due” della differenza sessuale da cui tutto continua a dipendere. Capiamo che c’è una distinzione abissale tra la lotta all’omo-lesbo-trans-fobia e la critica dell’eteronormatività. Insistiamo sul fatto che non si tratta solo di capire cosa fare delle persone e delle coppie non eterosessuali o come prevenire o lenire la violenza – simbolica e materiale – nei loro confronti, ma che si tratta di capire che l’eterosessualità è una forma di vita e di relazione egemonica ed è imperiosamente riprodotta, e che è esattamente in ciò che consiste il nostro problema. Le assicuro che siamo davvero in poch* a crederci.

In una lotta per l’uguaglianza che passa attraverso il riconoscimento statale dei diritti, quali sono i rischi di strumentalizzazione del concetto di amore? 

Chiedere eguali diritti significa lottare per l’eguaglianza di fronte alla legge. Il motivo per il quale si lotta per questa eguaglianza può essere l’amore che si prova nei confronti della propria compagna o del proprio compagno, tra gli altri, ed è senz’altro uno dei motivi più forti. Penso anche, però, che occorra contrastare nel modo più fermo quelle strumentalizzazioni del concetto di “amore” specialmente quando ciò significa stabilire quali amori contino e quali no o, addirittura, quali siano “veri” amori e quali no. Si pensi ad esempio alla formula Un paese civile protegge l’amore, impiegata dall’Arcigay per la campagna #SvegliatItalia. O si pensi allo slogan Love Wins, usato dall’amministrazione statunitense in occasione del riconoscimento del matrimonio gay in tutti gli Stati Uniti, o allo slogan Equal Love, usato invece dal governo australiano. Mi verrebbe da domandare: l’amore che conta e che “vince” è dunque quello riconosciuto dallo Stato? Quali requisiti occorrono per essere “protetti” dal “paese civile”? Si tratta di quello stesso “paese civile” che già protegge il familismo, l’omo-lesbo-trans-fobia e il razzismo? Si tratta di quella stessa “civiltà” che Libera Voler, in un articolo lucido e politicamente centrato, ci ricorda essere «una parola d’ordine attraverso la quale le retoriche dei diritti sessuali servono a costruire l’immagine di una nazione progressista e moralmente superiore rispetto a stati con leggi e legislazioni diverse e discriminatorie nei confronti delle persone LGBT»?
Tali strumentalizzazioni dell’amore sono ovviamente forme dipinkwashing, e dovrebbero essere rigettate, anziché abbracciate con estrema devozione, da chiunque abbia un po’ di coscienza critica. Non bisogna sottovalutare, infatti, la loro efficacia nel lavorare al servizio di un’unica egemonica concezione dell’amore, invisibilizzando tutte quelle forme di amore che emergono ai bordi dell’intelligibilità, tutte quelle forme di amore che emergono in seno a una rottura di ogni orizzonte normativo, innanzitutto di genere, di orientamento sessuale, di abilità corporea.
Lottare per il riconoscimento giuridico della coppia non necessariamente significa lottare per l’amore. L’amore è una questione politica, non giuridica, forse la più politica delle questioni possibili.Lottare per la trasformazione delle cornici di intelligibilità dell’amore, piuttosto, fa un tutt’uno con la lotta contro l’eteronormatività.

da: http://thebottomup.it/2016/01/24/amore-politica-intervista-federico-zappino-unioni-civili/

 

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SVEGLIATITALIA

#SVEGLIATITALIA Fai il primo passo verso l’uguaglianza
In occasione della discussione in Senato del ddl sulle unioni civili, le associazioni LGBT nazionali (Arcigay, ArciLesbica, Agedo, Famiglie Arcobaleno, Mit) hanno indetto una manifestazione nazionale capillare nelle principali piazze italiane, per la giornata del 23 Gennaio 2016.

A Milano l’appuntamento è in Piazza della Scala, h 14.30

 

Noi collettive queer-trans-femministe di Milano ci saremo perchè ogni battaglia per allargare i diritti è anche una nostra battaglia e per dire che vogliamo molto di piu del ddl Cirinnà.


Molto più di un matrimonioO diritti o barricatePer divorziare ci si deve sposare

 

 

 

 

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Quando tira aria di omonazionalismo, è ora di essere incivili!

di incroci degeneri il 19 gennaio 2016

Sulla manifestazione del 23 gennaio a sostegno del DDL Cirinnà, una riflessione di Libera Voler:

 

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É TEMPO DI ESSERE INCIVILI. Nelle scorse settimane mi è capitato che qualcun* mi chiedesse cosa pensassi della proposta di legge che disciplina le coppie omosessuali e se scendessi in piazza il 23 gennaio al grido patriottico di “svegliati italia! È ora di essere civili”.

A prescindere da quello che crede ognun* di noi sul matrimonio, ho sempre ritenuto che le leggi che estendono i diritti sono leggi per le quali battermi; certo credo che, piuttosto che il riconoscimento come coppia, meritiamo leggi che ci tutelano come singol* queer, l’accesso ai servizi, agli ormoni, a dei documenti che non umilino la nostra identità, la reversibilità anche fuori dal matrimonio, la cancellazione della legge 40, un obbrobrio che permette solo alle lesbiche più ricche di fare figli all’estero. So anche che questa legge è un passo indietro anche per chi da anni si batte per una lotta di retroguardia come quella per i PACS, ma come ho già detto ogni proposta di allargare i diritti, anche se in brandelli, sarà sempre la mia.

Però oggi non riesco proprio a trattenere questo disagio davanti ad una parola d’ordine che da giorni rimbalza ed un tricolore che non tarda a caderci addosso, evocando, nemmeno troppo lontanamente, quella forma di governance neoliberale che ormai nel 2007 Jasbir Puar ha definitoomonazionalismo.

 

In questi giorni in cui in nome dello scontro di civiltà si perseguitano rifugiati e migranti nella nostra fortezza ed esplodono guerre in paesi non troppo lontani, questa parola, “civiltà”, non è un significante neutro, ma diviene una parola d’ordine attraverso la quale le retoriche dei diritti sessuali servono a costruire l’immagine di una nazione progressista e moralmente superiore rispetto a stati con leggi e legislazioni diverse e discriminatorie nei confronti delle persone LGBT. Omonazionalismo.png

Le battaglie per i diritti civili, come quelle per l’aborto, per il diritto al voto, per la parità dei neri sono state battaglie che pretendevano il diritto di dis-ordinare l’ordine dello stato, fondato sull’esclusione. Qui, invece, piagnucoliamo ancora per sentirci protetti da questo tricolore, che oggi più che mai, non mi appartiene. Sara Ahmed, in The cultural politics of emotions, parla del nazionalismo delle minoranze come una forma di Amore non corrisposto: si vive nell’attesa di quest’amore, continuando a giurare fedeltà eterna e accumulando la frustrazione per tale forma di amore non corrisposto. Mi sembra che questa metafora parli bene dei/delle froc* italian* che continuano da anni a parlare di questa civiltà “prodotto tipico” italiano, e sebbene i pride si moltiplichino, sebbene le pretese si medino sempre a ribasso, questa coperta si fa sempre più corta e non ci copre tutt*. Ecco, adesso ho ancora più chiaro cosa mi disturbi di quest’immagine, che ancora investe su un immaginario domestico, privato, non destabilizzante per l’ordine della nazione, mi disturba il pensiero che i diritti siano come una coperta corta e mettendoci noi a difesa di questa civiltà razzista… forse avremo qualcosa in cambio. Lo ribadisco, questo è tempo di pretendere più diritti, per tutt*.

A fronte di una retorica che vorrebbe imporci ordine e disciplina e ci chiede di giurare fedeltà allo stato-nazione in cambio di una rassicurante normalità piccolo-borghese, è tempo di essere INCIVILI!

 

 

 

 

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La rivolta nei corpi, i corpi nelle rivolte

 

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Il corpo è linguaggio. Ma può celare la parola che esso è, può coprirla. Il corpo può desiderare e, ordinariamente, desidera il silenzio sulle proprie opere. Allora, rimossa dal corpo, ma anche proiettata, delegata, alienata, la parola diventa il discorso di un’anima bella, che parla delle leggi e delle virtù ma che tace sul corpo.

(Gilles Deleuze, La logica del senso)

Ambrosia quest’anno si dedica alla carne viva dei corpi, compie il gesto profondamente politico di mettere al centro della sua scena quell’osceno che dovrebbe restarne fuori.

Abbiamo scelto di dedicare le nostre energie ad esplorare il tema dei corpi in rivolta, dei corpi che si rivoltano, dei corpi che attraversano le rivolte, dei corpi rivoltanti e lo vogliamo fare proprio a partire dai nostri corpi. Vogliamo esplorare la contraddizione che ci vede attrici politiche solo quando usiamo la testa, mentre sul nostro corpo vengono agite delle politiche e dei poteri che ci limitano, che negano la nostra libertà e la nostra autodeterminazione. Pensiamo al lento smantellamento dall’interno della legge 194, alla chiusura dei consultori, ai tagli ai centri antiviolenza, all’obbligo di un’operazione chirurgica per cambiare nome su un documento, alle norme che affidano le decisioni sulle nostre vite a magistrati e polizia e all’ossessione della pubblicità per il corpo femminile, all’imposizione di un unico concetto di bellezza standardizzata ed eteronormata. Ma anche alle politiche securitarie che vengono approvate in nome dei nostri corpi ‘da proteggere’, alle discriminazioni che colpiscono ogni sessualità che devia dalla norma e ogni desiderio che scompagina.

E siamo consapevoli che tutto questo si riverbera nelle nostre vite, disegnando cicatrici sui nostri corpi, in modi spesso impercettibili e difficili da riconoscere: nelle occhiate insistenti, nei commenti indesiderati per strada, nei sensi di colpa, negli orgasmi negati e, soprattutto, nella vergogna, anche quella di provare piacere.

Proprio per questo abbiamo scelto di mettere in crisi l’idea che il corpo debba essere un luogo privato, intimo, opaco agli sguardi esterni e alla pratica politica. Partiamo da noi, mettendo in mostra le nostre fighe per liberarci della vergogna, raccontando il nostro stare in piazza, nelle rivolte, coi nostri corpi, le nostre gioie e i nostri tremori, esploriamo il nostro piacere per trarne forza e potenza. Lo facciamo per ricordarci che sono i nostri corpi, questi corpi, imperfetti, esposti al cambiamento, sempre eccedenti e carichi di passione che attraversano lo spazio pubblico, che danno forma al nostro modo di fare politica, che subiscono il potere e che praticano la resistenza, che incarnano nuovi immaginari sessuali, relazionali e collettivi.

Ripartiamo dalla materia, dalla carne, dal desiderio per non dimenticarci di noi e per non cedere alle lusinghe di costruire mondi ideali nei quali non possiamo abitare, ancora convinte di poter dare una forma diversa al mondo in cui viviamo.

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il 30 e il 31 Gennaio Ambrosia dedica due giorni di riflessione, confronto e sperimentazione intorno al tema dei CORPI IN RIVOLTA
30 Gennaio 2016 // Piano Terra
h 18:00 presentazione del libro “Corpi in Rivolta, Spazi Urbani, Conflitti e nuove forme della Politica”, Mimesis.
sarà presente l’autrice Federica Castelli
a seguire aperitivo
31 Gennaio 2016 // Piano Terra
h 14:00 Laboratorio teorico e pratico sull’eiaculazione femminile
condotto da Valentine aka Fluida Wolf
in entrambi i giorni
Mostra Ana-Suromai
di Luca Chiaudano
progetto fotografico nato dal laboratorio Ana-Suromai condotto da Slavina
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Presentazione del libro
“Corpi in Rivolta, Spazi Urbani, Conflitti e nuove forme della Politica” di Federica Castelli, Mimesis.
Cosa significa protestare per le strade, perché occupare uno spazio nella città? Veniamo da un recente risveglio, da anni che hanno riportato la politica nelle piazze e nelle strade. In tutto il mondo uomini e donne sono scesi in piazza manifestando un’urgenza condivisa di resistenza, di riappropriazione degli spazi e della capacità di agire e fare politica a partire dalle vite. Come comprendere la specificità di queste esperienze? Perché chiamarle rivolte urbane e non rivoluzioni? Quali sono gli strumenti per leggere una rivolta senza astrarre, generalizzare, neutralizzare? Stare per le strade è la pratica di ‘stasis’ che crea lo spazio per la rivolta e contemporaneamente dispone un modo affettivo di vivere lo spazio urbano. Durante una protesta, la corporeità è esposta in tutta la sua intensità appassionata e vulnerabile. Il corpo al centro permette di cogliere la relazione che questi eventi intessono con gli spazi urbani, il nuovo senso della politica che propongono e i rapporti tra uomini e donne nel momento della protesta.
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Laboratorio teorico e pratico sull’eiaculazione femminile
condotto da Valentine aka Fluida Wolf
L’ormai celebre laboratorio sull’eiaculazione femminile ideato da Diana J. Torres aka Pornoterrorista ritorna a Milano nella sua ultima e aggiornata versione.
Il workshop sull’eiaculazione é uno strumento informativo e di ricostruzione collettiva e condivisione dei saperi inerenti i nostri corpi e la nostra sessualità. La medicina moderna, la chiesa e le società patriarcali in cui viviamo si sono occupate di nasconderci informazioni molto rilevanti per le nostre vite: anche noi abbiamo la prostata ed eiaculiamo. Vieni a scatenare il tuo tsunami interiore!
A chi si iscrive o vuole partecipare, ricordate che è importante la massima puntualità al fine di non perdere la parte introduttiva essenziale a comprendere il resto del workshop. Il laboratorio sarà diviso in due parti, la prima teorica ed aperta a tutti, la seconda pratica solo per chi ha voglia di sperimentare e mettersi in gioco.
Fluida Wolf – Trentenne di Torino, ha vissuto anche in Spagna e Inghilterra. Militante femminista, le sue lotte le combatte stando sulle barricate. Al momento sta compiendo ricerche sul tipo di rapporto che le società occidentali hanno con i fluidi corporei. Alcuni dei suoi principali interventi riguardano i corpi e le sessualità dissidenti dalle norme eteropatriarcali, il bdsm e le relazioni queer. Il suo cuore batte per la Valsusa No Tav! In costruzione il suo blog
per iscrizioni: ambrosia.milano@gmail.com
prezzo consigliato 5 euro
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Mostra Ana-Suromai
di Luca Chiaudano
progetto fotografico nato dal laboratorio AnamaSuromai condotto da Slavina
L’uso politico del corpo di donna [o meglio, del corpo codificato culturalmente come femminile] come dispositivo di guerriglia semiotica ha radici molto antiche. Il rituale di esposizione delle pudenda come arma di resistenza femminile ha un’origine mitologica e si è riprodotto come elemento di conflitto in un numero significativo di lotte contro il potere patriarcale sessuofobico non solo in Occidente
Il gesto di alzarsi le gonne e insegnare la vulva (chiamato appunto anasuromai o anasyrma) ha origine nei culti arcaici della Dea e ricorre, con le opportune modificazioni contestuali, nei miti e nelle leggende di tutto il mondo.

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Gender, un po’ di storia, un po’ di chiarezza

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Uno spettro si aggira per l’Europa. E no, non è quello del comunismo che invita i proletari del mondo a spezzare le proprie catene, ma quello della teoria del gender, contro cui grava l’accusa di voler distruggere la famiglia e la naturale differenza tra i sessi.

Gender, però, non è altro che il corrispettivo inglese dell’italianissimo genere e una (o più) teorie su questo esistono almeno dagli anni ’50. La nozione di genere emerge con gli studi diJohn Money, psicologo e sessuologo neozelandese, che studia la transessualità e l’intersessualità e propone l’idea che vi sia un’identità di genere distinta dal puro sesso biologico. Ma potremmo risalire ancora più indietro, al celebre “donna non si nasce, si diventa” con cui Simone de Beauvoir mette in luce che la condizione delle donne è il risultato di norme sociali; o spingerci fino alla fine del ‘700, quando Mary Wollstonecraft riconduce la differenza femminile all’educazione ricevuta fin dalla più tenera età. Insomma, il genere è un concetto che si struttura nel tempo e che dà vita a diverse teorie, spesso in contrasto tra loro: perché, allora, tutto questo interesse adesso? Perché questo fiorire di appelli, manifestazioni, convegni e iniziative contro lo spettro della teoria del gender?

La storia della teoria del gender è molto più recente di quella del concetto di genere e si può rintracciare scorrendo i documenti pontifici e le prese di posizione dei Papi degli ultimi vent’anni. Tutto nasce, infatti, alla quarta Conferenza Mondiale sulle Donne organizzata dall’ONU a Pechino nel 1995, in cui, oltre a riconoscere che i diritti delle donne sono diritti umani a tutti gli effetti, ci si impegna a lavorare per l’uguaglianza di genere. Gli osservatori e le osservatrici della Santa Sede contestano subito l’uso della parola genere (parlando di genderperché le lingue ufficiali della conferenza sono inglese, francese, russo, arabo e spagnolo), tanto che il corrispondente dell’Osservatore Romano scrive: “forse la Conferenza di Pechino sarà ricordata come una grande occasione mancata, perché la battaglia per fermare i femminismi sostenuti dalle dominanti forze economiche ha impedito di raggiungere accordi più chiari sui temi della dignità delle donne e sulle risorse necessarie per un loro vero sviluppo e progresso”. Le preoccupazioni intorno all’introduzione nei documenti ufficiali del terminegender danno vita ad un intenso lavoro presso il Pontificio Consiglio per la Famiglia che porterà alla creazione del Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche,pubblicato nel 2003. Questo volume dovrebbe servire ad orientare i cattolici nel mare di termini che “che possono occultare il loro reale contenuto e significato” (come sostiene il Cardinale Trujillo nella prefazione al volume) e che comprendono espressioni come: diritti riproduttivi, interruzione di gravidanza, pianificazione famigliare, ma anche discriminazione, famiglie al posto di famiglia, amore libero e, appunto, gender. Secondo il Pontificio Consiglio è necessario mostrare il vero contenuto di questi termini perché “la famiglia e la vita sono letteralmente sotto il bombardamento di un linguaggio ingannevole”, che mira a distruggerle. Queste preoccupazioni, riprese sia da Giovanni Paolo II, che da Benedetto XVI e Francesco, trovano il loro sbocco nelle piazze delle Manif pour tousfrancesi e delle Sentinelle in piedi italiane che si oppongono ai matrimoni omossessuali e ai progetti di educazione contro le discriminazioni. Quella che era pura teoria pontificia, così, a partire dal 2013 diventa una pratica politica di contrasto alle richieste di diritti di donne, omosessuali, bisessuali e transessuali. Nel momento in cui qualche spiraglio per dei diritti e per alcuni cambiamenti sociali si apre, la reazione della Chiesa diventa più visibile e pubblica, coinvolgendo parrocchie e associazioni, ma anche singole persone.

Mentre nel mondo si moltiplicano gli studi di genere, quindi, la Chiesa risponde proponendo l’idea che questi siano una teoria monolitica (o un’ideologia) che punta a distruggere la famiglia e, quindi, la società intera. Secondo Tony Anatrella, psicanalista e prete che ha collaborato alLexicon, la teoria del genere “succede all’ideologia marxista, ed è al contempo più oppressiva e più perniciosa poiché si presenta all’insegna della liberazione soggettiva da costrizioni ingiuste, del riconoscimento della libertà di ciascuno e dell’uguaglianza di tutti davanti alla legge. Tutti valori sui quali sarebbe difficile esprimere un disaccordo. A questo punto si rende necessario sapere se quei termini rivestano lo stesso significato che già conosciamo o se non servano, invece, a mascherare una concezione diversa che sta per essere imposta alla popolazione senza che i cittadini siano consapevoli di ciò che rappresenta.

Per Anatrella, infatti, tutti i corsi che si propongono di contrastare le discriminazioni di genere avrebbero invece come obiettivo quello di far scomparire la differenza sessuale in nome di una fantomatica possibilità di poter scegliere liberamente il proprio genere, il proprio sesso e il proprio orientamento sessuale, possibilità che farebbe scomparire la famiglia (quella formata da un uomo e una donna) per aprire al caos più totale. Per Anatrella e per la Chiesa, infatti, non siamo più in una società patriarcale e non ci sono discriminazioni da combattere (nonostante ancora molti/e omosessuali e transessuali si suicidino ogni anno proprio a causa di discriminazioni subite), ma “dobbiamo continuare a incamminarci verso una società fondata sulla coppia formata da un uomo e una donna impegnati pubblicamente in un’alleanza”. Tutto questo viene condito da grottesche rappresentazione dell’educazione contro le discriminazioni,che obbligherebbe a diventare omossessuali e insegnerebbe persino ai bambini e alle bambine a masturbarsi (come se ne avessero mai avuto bisogno) che fanno presa sulle paure di molti genitori.

Quello contro cui reagiscono la Chiesa e questi attivisti, non è lo spettro della teoria del gender, ma i corpi vivi di persone che incarnano, già ora, la possibilità di pensare gli intrecci tra corpo, genere e sessualità in maniera diversa, non in nome di un’astratta libertà a far tutto, ma a partire da sé, dal proprio desiderio, dalle proprie relazioni. E reagiscono contro un insieme di studi, che danno vita anche a progetti educativi, che difendono proprio questa libertà incarnata, che non è un soggetto neutro, ma molteplici soggetti, differenti come lo sono le esperienze umane. Se, come dice la Chiesa, la società si forma sulla base della famiglia, gli studi di genere ci permettono di immaginare molte famiglie diverse in cui trovare posto e, quindi, una società diversa, libera dalle discriminazioni che distruggono (quelle sì) la vita di molti.

Per saperne di più:

Pontificio Consiglio per la Famiglia, Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, Bologna, Edizioni Dehoniane, 2003.

Tony Anatrella, La teoria del “gender” e l’origine dell’omosessualità, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2012.

Immagine di copertina di Iloveart

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