Archivio ottobre 2013

Una lettera al Sindaco

pubblicit_1_colgate_anni_50La riflessione sulla pubblicità sessista e sulle regole proposte dal Comune di Milano ha prodotto una lettera al Sindaco Pisapia. La Giunta della nostra città ha sempre guardato alla partecipazione come ad un valore: vi chiediamo di mettere in pratica i vostri principi cancellando un punto di una delibera in cui si vuole sconfiggere il sessismo parlando di normalità (cosa che sappiamo essere un ossimoro).

qui trovate l’elenco delle firme e se volete firmare anche voi scriveteci ad ambrosia.milano@gmail.com

Ci rivolgiamo al Sindaco Giuliano Pisapia, alla Giunta, a Francesca Zajczyk Delegata del Sindaco alle Pari Opportunità e Anita Sonego presidente della omonima Commissione. Durante i lavori del convegno “Quando comunicazione fa rima con discriminazione” che si è tenuto lo scorso 17 settembre a Palazzo Marino abbiamo appreso che nella delibera “Indirizzi fondamentali in materia di pubblicità discriminatoria e lesiva della dignità della donna” tra i punti destinati a individuare i messaggi discriminatori da contrastare, compare, al n. 2, quanto segue: Immagini volgari, indecenti, ripugnanti devianti da quello che la comunità percepisce come “normale”, tali da ledere la sensibilità del pubblico, punto che Vi chiediamo formalmente di stralciare da quella delibera (la n. 1288 del 28/06/2013).

Infatti, intorno al senso e al significato di questo punto, in evidente contraddizione con gli altri quattro, si é sviluppata una discussione pubblica che ha coinvolto gruppi di donne, associazioni, collettivi femministi, singole e singoli. Parte del dibattito é stato pubblicato su Ambrosia, Politica Femminile, ArcipelagoMilano e infine su Un altro genere di comunicazione.

Ci preoccupa dover stabilire cosa è normale e cosa non lo è e le ragioni per cui una parola tanto discriminatoria viene utilizzata all’interno di un documento che vorrebbe rappresentare un esempio di lotta alle discriminazioni. Gli intenti di lotta alla pubblicità sessista di questa delibera sono importanti, ma altrettanto lo sono le parole, il linguaggio, la comunicazione. Com’è possibile che in un testo volto a mettere in discussione il sessismo dei cliché comunicativi pubblicitari sia comparsa una così grave incoerenza?

In Italia, come ci hanno dimostrato recentemente i casi “Barilla” e “Boldrini”, la normalità è ancora rappresentata da un modello familiare eteronormativo, dove alla donna è riservato il compito di gestire la casa e servire la famiglia. Non vorremmo arrivare a pensare che il punto n. 2 risulti un escamotage per non intaccare i modelli culturali e le credenze di una supposta comunità di riferimento e la sua “sensibilità”. Sono queste le ragioni che motivano la nostra richiesta di stralcio del punto n. 2 della delibera.

Ringraziando la Giunta per la sensibilità sempre dichiarata nei confronti delle istanze e dei diritti delle donne, e proprio alla luce di un impegno che conferisce alla nostra città anche un ruolo di esempio verso le altre amministrazioni, confidiamo che la nostra richiesta verrà accolta.

Prime Firmatarie

Lara Adorni, Annapaola Ammirati, Carla Antonini, Fabrizia Boiardi, Mariangela Bonas, Marina Borgatti, Antonella Coccia, Chiara Collini, Carla Comacchio, Carlotta Cossutta, Evelina Crespi, Nadia Dowlat, Maria Grazia Ghezzi, Lucia Leonardi, Mariagrazia Longoni, Marta Lovison, Arianna Mainardi, Fabiana Manigrasso, Donatella Martini, Alice Monguzzi, Adriana Nannicini, Antonella Pastore, Alessia Ricci, Chiara Rossini, Martina Tisato

Firme collettive

ABA Associazione Bulimia Anoressia, Ambrosia, Arcilesbica Zami Milano, AxV Arte per Vivere Onlus, Associazione DonneinQuota, Donne e Basta, Donne e Informazione, Donne per Milano, Donne Ultraviolette, Hollaback Ita, Iter del cognome materno in Italia, MACAO, Noi donne 2005, Le nostre figlie non sono in vendita, SNOQ Ancona 13 febbraio, SNOQ Cesano Maderno, SNOQ Firenze, SNOQ Lodi, SNOQ Lombardia, SNOQ Mantova, SNOQ Pioltello, SNOQ Udine, Toponomastica Femminile, Un Altro Genere di Comunicazione

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Appunti intersex

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(pubblichiamo in contemporanea su Milano in Movimento)

Dal 19 al 22 settembre a Milano si è svolto il IX convegno mondiale di endocrinologia pediatrica. Contemporaneamente si sono tenute le prime manifestazioni intersessuali in Italia, per denunciare le mutilazioni sui neonati intersex che questi medici ancora consigliano.

Il 18 settembre a Zam si è tenuta una serata informativa con Daniela e Markus di Zwischengeschlecht.org, un’associazione svizzera che da sei anni si occupa di intersessualità chiedendo con forza la fine delle mutilazioni genitali. È stata una serata densa di informazioni e di dibattito di cui è difficile rendere conto, ma ci proviamo perché crediamo che siano emersi molti spunti di riflessione.

Abbiamo appreso che uno o due bambini su 1000 nascono con genitali “atipici” o “ambigui”, ovvero intersex, ermafroditi, disordine dello sviluppo sessuale (DSD). Il 90% di questi bambini viene sottoposto a operazioni chirurgiche cosmetiche ai genitali medicalmente non necessarie e irreversibili e ad altri interventi invasivi. I sopravvissuti le considerano una grave violazione dei diritti umani e una mutilazione genitale occidentale – un punto di vista avvalorato da esperti internazionali, diversi gruppi ONU e comitati nazionali di Bioetica.

Dagli anni ’50 le “correzioni genitali” non necessarie sui bambini intersex sono praticate sistematicamente. In tutti questi anni i medici non sono mai stati in grado di produrre delle prove dei supposti benefici per i bambini. Ancora oggi i medici non fanno nessun follow-up, ma insistono con queste operazioni sulla base di prove esclusivamente aneddotiche. Non esistono statistiche precise e non esistono studi sugli effetti delle operazioni. Chi le ha subite denuncia la perdita delle sensazioni sessuali, la sterilizzazione forzata e i danni psicologici che derivano da una vita dentro e fuori dagli ospedali, continuamente sottoposti a controlli e continue operazioni per adeguare i genitali ad una presunta normalità e correggere gli errori di operazioni non volute.

Le motivazioni che i medici continuano a dare per giustificare queste operazioni sono di tipo psicologico: il bambin* verrà pres* in giro, la sua identità non sarà definita, avrà dei problemi dello sviluppo. E i genitori si trovano senza informazioni (perché dell’intersessualità non si parla), sottoposti ad una retorica che parla del “bene del neonato”, retorica alla quale è molto difficile sottrarsi. Autorizzano, quindi, le operazioni, ma si tratta veramente di “consenso informato”? Anche per questo servono associazioni che aiutino i genitori e che sensibilizzino l’opinione pubblica, anche per contrastare i continui casi di disinformazione – basti pensare agli articoli estivi sul direttore del San Camillo di Roma che “si vanta” del fatto che nel suo ospedale le operazioni sui neonati intersex siano cresciute del 50%. E servono leggi che tengano conto della presenza di bambini intersessuali: a questo proposito è stata citata la legge Svizzera, che assegna un sesso alla nascita, ma poi rende molto più semplici e accessibili le procedure per poterlo cambiare.

Quello che gli intersex rivendicano, infatti, è l’autodeterminazione sui loro corpi, la possibilità di scegliere se e quando operarsi e come, informati dei rischi e delle difficoltà e potendo fare una scelta consapevole. Combattono un processo di normalizzazione che si realizza in una vera e propria tortura, che adegua dei corpi a degli standard che producono sofferenze continue.

Il movimento intersessuale è un movimento giovane (in Italia praticamente inesistente) con delle rivendicazioni urgenti. Una delle paure forti di questo movimento è quella di scomparire e di non riuscire a far comprendere le proprie specificità. A Zam si è parlato molto di solidarietà GLBTQ e di colonialismo, due atteggiamenti che spesso si intrecciano. Gli intersex, infatti, denunciano come il movimento queer abbia usato e usi l’intersessualità come un caso emblematico per parlare delle contraddizioni del binarismo sessuale, spesso senza vedere e tematizzare le sofferenze concrete delle persone sottoposte agli interventi chirurgici. Il rischio che corriamo è quello di annettere l’intersessualità alle nostre lotte, piegandola alle nostre teorie e filtrando le parole di questi soggetti attraverso dei teoremi, armate delle migliori intenzioni, ma finendo per trasformare la nostra solidarietà in un colonialismo che allontana gli intersex dal loro scopo: fermare le mutilazioni genitali (ora, non quando avremo abolito i generi e il binarsimo!).

Quello che ci è sembrato dirompente della serata a Zam è stato l’emergere di una nuova soggettività, il prendere parola di chi spesso è rimasto in silenzio per i troppi traumi subiti e per la paura dell’emarginazione. Questa soggettività, con la quale veramente vogliamo essere solidali, ci costringe a mettere in discussione le nostre teorie e le nostre certezze, aprendo degli spazi di libertà e di ascolto. E questo è già un assaggio del mondo che vogliamo: un mondo aperto alle diversità, capace di accoglierle e di farsi modificare, senza ricondurre le vite, i corpi e le emozioni entro schemi prestabiliti.

Per approfondire:

http://stop.genitalmutilation.org/

http://www.intersexioni.it/category/intersex-2/

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