Archivio novembre 2016

Nessun* si salva da sola

nonunadimenoverso la manifestazione:

Ni una menos! Non una di meno!

Il 26 novembre a Roma scenderemo in piazza contro la violenza maschile sulle donne, come recita lo slogan della manifestazione Non una di meno.

Una manifestazione vitale, oggi, perché crediamo che solo una lotta femminista, capace di riprendersi lo spazio pubblico, sia in grado di darci la forza di resistere e rinsaldare quei legami e quelle reti che ci tengono vive.

Sappiamo, infatti, che la violenza maschile (e con maschile intendiamo una postura e non certo una biologia) è strutturale, sistemica, quotidiana, tutto fuorchè un’emergenza improvvisa e imprevedibile. Si tratta, ogni volta, di un raptus diverso, di malesseri differenti e di scuse che giustificano i carnefici. Sappiamo che questa violenza è sono il frutto più esplicito di una cultura maschilista che si nutre di battute, fischi per strada, mani sul culo, disparità salariale e di status, pretese di trovare la cena pronta e di definire l’altra. E’ una violenza che si nutre dell’eteronormatività, ossia l’eterosessualità come unica forma di relazione possibile, e si rivolge contro tutte le soggettività che sfidano il binarismo di genere e mettono in questione i modelli egemonici di femminilità e mascolinità.

Sappiamo che la violenza è alimentata da un sistema di welfare che si rivolge costantemente alla struttura famigliare come unico referente sociale, rinchiudendo le donne nelle strette maglie del privato e della coppia, in un incastro temibile con le retoriche dell’amore come forza salvifica e totalizzante. Il lavoro di cura diventa così gabbia obbligata e prima cornice che identifica il soggetto-donna senza possibilità di diversificare scelte e desideri. Sappiamo che la violenza si nutre di istituzioni (ospedali, polizia, tribunali, etc.) che per prime, dichiarando di combatterla, la minimizzano. Fedeli all’adagio “tra moglie e marito” e all’idea che la fine di una relazione sia un fallimento da prevenire ad ogni costo (anche quello della vita di una donna!) producono immaginari repressivi ostacolando tutte le forme di educazione, formazione e tutela che potrebbero costruire alternative a questa mentalità.

Sappiamo che la violenza si rafforza anche grazie ai media che ad ogni nuovo femminicidio sono pronti a scandagliare la vita della vittima per metterne in luce ogni deviazione dalla norma. Ogni dettaglio che esce dallo schema della nostra società ancora fortemente patriarcale e repressiva diventa una giustificazione per ogni carnefice oppure viene riportato a supposti costumi ancestrali se proviene da contesti culturali diversi, sommando così razzismo a sessismo. Media che non perdono occasione di dirci che le vittime non sono tutte uguali: che le vite delle donne transessuali o delle prostitute valgono un po’ di meno, senza riconoscere loro lo statuto pieno di donne.

Sappiamo che la violenza attraversa ogni ambito delle nostre vite, anche quelli dove dovremmo essere al centro di pratiche di cura, come i consultori, sempre più colonizzati da medici obiettori, e le sale parto, in cui si agisce spesso violenza ostetrica. Sappiamo che la violenza si nutre anche del binarismo di genere rafforzato da una medicina che pratica operazioni chirurgiche di riassegnazione del sesso su* neonat* intersex e che sottopone le persone transgender a percorsi di patologizzazione e medicalizzazione.

Sappiamo che la violenza si annida in ogni ambiente, anche in quelli che si credono immuni come i movimenti che contribuiamo ad animare e che troppo spesso riproducono dinamiche sessiste.

Per tutto questo viviamo la manifestazione del 26 come un vero punto di partenza, in cui annodare i fili delle lotte che esistono e inventarne di nuove, in cui non delegare, a nessuno, la decisione su come tutelarci, perché sappiamo che la tutela migliore è quella che ci fa essere indipendenti e allo stesso tempo connesse con le altre, capaci di reagire perché forti di un noi che è già politico.

Per tutto questo saremo nello spezzone transfemminista e queer (https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2016/11/02/26n-per-uno-spezzone-transfemminista-queer-al-corteo-nazionale-contro-la-violenza-maschile-sulle-donne/), a ricordare che la violenza maschile sulle donne è matrice di altre violenze e di altre oppressioni e che nessun* si salva da sola.

 

 

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“Non pensavo potesse succedere a me”. Storie di lavoro e molestie

non-pensavo_mastroianniIl 10 novembre alle 19 a Macao Slavina condurrà un laboratorio dal titolo “Non pensavo potesse succedere a me” per raccontare e raccontarsi storie di violenza, molestie e discriminazioni sul posto di lavoro. Ambrosia ha scelto di sostenere questo progetto per cercare nuove forme di complicità e cospirazione femminista che, anche in vista della manifestazione “Non una di meno” del 26 novembre, ci aiutino a restistere e respirare meglio.

1. come è nata l’idea di questo laboratorio?

Leggere “Toglimi le mani di dosso” (Olga Ricci, Toglimi le mani di dosso, Chiarelettere) mi ha fatto stare molto male. Ho rivissuto alcuni episodi della mia vita professionale in cui, in forma plateale o molto ambigua, il mio non sottostare a delle dinamiche di abuso mi ha portato a perdere delle occasioni. E ho ripensato a situazioni in cui invece la mia leggerezza nel mischiare i livelli di coinvolgimento ha generato conseguenze disastrose. Però pur empatizzando molto con la condizione della protagonista (e comprendendo pienamente la sua rabbia) dal luogo in cui mi trovo ora (sono nella mia maturità esistenziale e professionale, molto distante dall’ansia giovanile di trovare un posto nel mondo o affermarmi in una professione) sento di avere una lucidità diversa nell’analizzare certe situazioni – e grazie all’allenamento femminista ho sviluppato anche una migliore capacità di riconoscerle e reagire. Parlando con le amiche poi mi sono resa conto dell’impressionante diffusione del fenomeno e parlando con Olga – l’autrice del libro – di quanto invece sia sommerso, silenziato, di quanto poco spazio abbia nel discorso pubblico (anche in quello antagonista). Quindi un po’ per valorizzare e dare ulteriore respiro al lavoro di Olga, un po’ pensando a quante vivono ancora questi episodi – conseguenze del sistema sessista in cui cresciamo – con senso di colpa per mancanza di un ambito di confronto con altre vittime, un po’ per provare a costruire un quadro interpretativo (utile tanto alle donne quanto agli uomini che non vogliano riprodurre un modello di oppressione) ho pensato a questa proposta laboratoriale. Ho paura, perché non è scontato che funzioni e lavorando con una materia così scottante il timore della non riuscita non è una questione di soddisfazione personale ma l’ansia di disattendere aspettative di liberazione, però meglio provarci…

2. come definiresti una molestia?

La molestia è un atto di disturbo, nel suo significato giuridico generale. É un’azione che quando sei sul luogo di lavoro distoglie la tua attenzione da quello che devi fare, ti deconcentra e depotenzia quando non ti umilia direttamente. Nel caso che ci interessa è un’azione legata allo squilibrio di potere nello spazio pubblico tra uomo e donna e si realizza in forme e gradi di intensità diversi. Un primo livello è puramente verbale, con osservazioni sull’aspetto fisico, l’abbigliamento, complimenti non richiesti, inviti – forme di pressione e di intrusione che possono raggiungere il livello di invadenza fisica e che arrivano a volte al ricatto sessuale vero e proprio. Chiaramente perché si completi – per così dire – l’escalation, la disparità di potere non deve essere legata solo al genere di appartenenza ma anche al posizionamento all’interno del gruppo di lavoro, però il contesto di abuso lo si vive a volte anche nella relazione tra colleghi di pari grado, con forme di invasione dello spazio personale che sono rivendicate come galanteria o vissute come conseguenza logica dell’eteronorma: tu sei donna, io sono uomo, quindi “ci provo”.

3. quali sono le caratteristiche degli ambienti di lavoro che li rendono così spesso teatro di molestie e discriminazioni?

Molto spesso i luoghi di lavoro funzionano attraverso strutture gerarchiche e ovviamente quando tutti i soggetti non hanno lo stesso potere contrattuale esiste automaticamente la possibilitá che chi sta in condizione di inferioritá venga vessato. E quello femminile è il soggetto inferiore per definizione nella nostra societá – la sua relazione con lo spazio pubblico ne è la prova: per le donne la molestia verbale è purtroppo spesso il grado zero della socializzazione – da quando cominci ad essere identificabile come “donna” (12, 13 anni?) è difficile sfuggire a osservazioni sessualizzanti quando non direttamente all’invasione della propria intimitá.

Potremmo arrivare a parlare del tetto di cristallo e della mancanza cronica di donne nei luoghi di potere, ma per farla breve mi limiterei ad aggiungere che nell’attualitá ancor prima di parlare di gerarchie la questione di fondo é che il lavoratore e la lavoratrice sono soggetti ad un livello di precarietá endemico, e pur di conquistare uno straccio di salario si trovano costretti a sottostare a performance umilianti anche quando non sono relazionate direttamente al ruolo di genere (peró… non a caso si parla di femminilizzazione del lavoro).

4. quanta “complicità” femminile pensi ci sia in questi casi? (pensiamo non a chi riceve le molestie, ma a chi osserva senza fare nulla o a chi sposa il sessismo per raggiungere più rapidamente i suoi scopi)

Nell’apocalittico contesto lavorativo in cui viviamo la solidarietá di classe è un concetto che non ha perso solo appeal, ma proprio se ne disconosce il senso, anche con una certa violenza. La regola è la competizione e in un ambito competitivo la complicitá non è contemplata. C’è anche da dire che spesso le forme di molestia sono cosí sottili e “personalizzate” che bisogna aver un occhio ben allenato per riconoscerle – o in alternativa provare una profonda empatia per la collega che ci racconta di averle subite, il che purtroppo non è scontato. Quanto alle donne che basano il loro avanzamento sociale sullo scambio sessuo-economico non si va oltre l’insulto generico, non esiste un’analisi lucida ne’ tentativi di reazione: il sistema-lavoro italiano è talmente malato di nepotismo e basato su dinamiche di favoritismo che tutto è vissuto come una fatalitá inevitabile.

5. quali sono le strategie di narrazione che pensi possano essere utili?

Prima di tutto è importante, partendo da se’, riconoscere i livelli di complicitá involontaria che attivano la dinamica dell’abuso – ovviamente non per colpevolizzarsi ma per capire quali sono le risorse di prevenzione (purtroppo sono storie che tendono a ripetersi). Poi riuscire a dare a un nome alle cose è un altro passaggio essenziale: capire, attraverso la condivisione della propria storia, quanto la posizione di vittima in questo caso non sia legata a una tragica casualitá o agli errori nella gestione della relazione che possiamo aver commesso, ma a un tipo di oppressione sistemica. Imparare ad usare le parole chiave: intimidazione, coercizione, mobbing. Trovare quelle che ancora non esistono… E attraverso questa forma di coming out rialzare la testa: Non pensavo potesse succedere a me non è una frase scelta a caso. Succede a tutte e saperlo ci aiuta a superare il senso di sconfitta e il senso di colpa. E magari ad attivare strategie di reazione collettiva.

6. e altre strategie di resistenza?

Imparare ad utilizzare la comunicazione assertiva. Riconoscere quando è il momento di mostrare i denti e usare una legittima dose di aggressivitá per difenderci. Provare a costruire reti di relazione dal basso basate sulla fiducia che ci rendano meno sole davanti al pericolo. Riscoprire il senso della complicitá tra pari anche per decostruire il fascino del potere.

Questi sono i primi spunti su cui provare a lavorare – diciamo che l’importante è non rassegnarsi e pensare che siccome è un problema sistemico siamo impotenti.

Tra l’altro il giorno 19 ci sará una iniziativa di presentazione del libro piú istituzionale, al Mare Culturale Urbano, alla quale parteciperanno rappresentanti sindacali e giuriste: immagino che quella sará un’altra occasione utile per capire qual’è il quadro legislativo e quali sono le risorse legali per chi subisce questo tipo di abusi.

7. perchè hai deciso di aprirlo solo alle donne?

Il fenomeno della violenza di genere sul lavoro in realtá non riguarda direttamente solo le donne (colpisce anche tutte le minoranze portatrici di sessualitá dissidenti: lesbiche, gay, transessuali), ma ho pensato di cominciare il percorso tra socializzate donne in realtá per semplificarmi un po’ la vita – visto che è il primo esperimento di questo tipo.

La consapevolezza di base è che siamo imbevute tutte della stessa cultura maschilista e abbiamo avuto un’educazione simile a un certo tipo di accondiscendenza: la programmazione di genere (non solo familiare ma sociale) ci ha preparate a un destino di sottomissione (al quale cerchiamo di sfuggire). Partiamo da lí e la scelta dell’ambito separato è per non doverci ritrovare a spiegare a chi invece ha imparato fin da piccolo a prendere a testate il prossimo quando voleva una macchinina il perché quando il capo ci ha messo una mano sul culo non abbiamo avuto la forza di reagire ma siamo andate a piangere in bagno. Perché è vero che come dice Despentes “a questo punto non lo so piú cos’è una donna – e nemmeno mi interessa” ma il separatismo come tattica per la decolonizzazione ha ancora una sua validitá.

8. come si inserisce nel percorso verso il 26 novembre?

Lavoro di solito con la sessualitá, che è un’altra materia molto censurata – e mi sono accorta in questi anni di laboratori che un primo passo fondamentale, per affrontare una questione problematica, è avere la possibilitá di confrontarsi tra simili in uno spazio intimo che non sia concepito come privato ma caratterizzato come politico. Trovare le parole per dirsi, ascoltare quelle delle altre per differenziarsi o ritrovarsi…

La spirale dell’abuso riconducibile alla violenza di genere (che sia sessuale, domestica, ostetrica – c’è davvero l’imbarazzo della scelta, ahinoi) sembra irrevocabile soprattutto quando una si sente sola e incompresa – e tessere reti di supporto è una forma di impoteramento essenziale, indispensabile.

Ho creduto giusto provare a dare il mio contibuto aprendo uno spazio di confronto e di discorso su un tema poco frequentato, per le mie compagne ma anche per chi il femminismo non l’ha ancora incontrato e non ne capisce il senso pur avendo vissuto la violenza dell’oppressione patriarcale sulla sua pelle.

Qui trovate altre info sul laboratorio: https://www.facebook.com/events/1594084104227136/

e su Slavina: https://malapecora.noblogs.org

per iscriversi (costa 10 euro) scrivete a ziaslavina@gmail.com

*elaborazione grafica di Maria-Letizia Mastroianni

da milanoinmovimento.com

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