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Introduzione al piacere anale (per lei!)

Un pomeriggio con Valentine aka Fluida Wolf
a partire dalle 16.30 workshop “Introduzione al piacere anale” e presentazione del libro “Guida al piacere anale per lei”

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alle 16.30 Workshop “Introduzione al piacere anale”

Il workshop, rivolto a tutte e tutti, si propone come mezzo per introdurre ad un’esplorazione del piacere anale andando a scardinare i falsi miti che lo circondano e soprattutto fornendo consigli pratici per affrontare un’esperienza che possa rivelarsi incredibilmente piacevole e totalmente priva di dolore.
Il workshop si rivela anche molto utile per tutte le persone che si sono già inoltrate in tale pratica ma hanno avuto delle difficoltà o conservano dei dubbi o volessero ampliare il proprio immaginario.
Si consiglia abbigliamento comodo e si richiede la massima puntualità.

costo 7 euro, massimo 15 partecipanti
per partecipare prenotarsi a: ambrosia@grrlz.net

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dalle 18.30 aperitivo e presentazione del libro
Guida al piacere anale per lei
di Tristan Taormino

dall’introduzione di Valentine aka Fluida Wolf
“È stata la mia passione per il sesso anale ad alimentare il mio desiderio di scrivere un libro su di esso […]”.
Niente di più semplice e sincero. È cosi che, nella sua Introduzione al testo, Tristan Taormino ci spiega da cosa è nata la volontà di scrivere una guida al sesso anale a partire da una prospettiva femminile e rivolgendosi in primo luogo alle donne, a prescindere dal loro orientamento sessuale. Come avrete però modo di scoprire, non saranno solo le donne a trarre giovamento dalla lettura di questo libro. La maggior parte dei contenuti possono applicarsi a chiunque, indipendentemente dal genere. Perché lo ha scritto? È proprio lei a dircelo: “Il mio obiettivo è semplice: sfatare i miti, combattere i tabù, spiegare le basi, e dare alla gente informazioni e strumenti che possano utilizzare”.

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MEDIAHACTIVISMO TRANSFEMMINISTA // 2° incontro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

insieme a Lab61 continuiamo il nostro viaggio nelle tecnologie digitali, per capire come abitarle meglio.

il secondo incontro è: “Laboratorio di WordPress antisessista for Dummies”
partiamo dal principio: come si costruisce un blog su WordPress? e perchè lì? quali strumenti si possono usare?
ma ci chiederemo anche: come sviluppare contenuti non sessisti? che linguaggio usare? e perchè farlo?

vi aspettiamo alle 20 al Ponte della Ghisolfa (viale Monza 255)
portate i computer!

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Presentazione di “Trilogia SCUM”

Venerdì 23 febbraio alle h 19 a PianoTerra

Ambrosia presenta

Trilogia SCUM di Valerie Solanas

“In questa società la vita, nel migliore dei casi, è una noia sconfinata e nulla riguarda le donne: dunque, alle donne responsabili, civilmente impegnate e in cerca di emozioni sconvolgenti, non resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automazione globale e distruggere il sesso maschile”
(Manifesto SCUM, Valerie Solanas)

Assurta alle cronache mondiali come la pazza che sparò ad Andy Warhol – tanto che nel 1996 ne venne tratto un film (I Shot Andy Wharol) -, Valerie Solanas fu invece una figura cruciale della controcultura degli anni Sessanta. Frequentatrice del Greenwich Village e della Factory, lesbica dichiarata, icona del femminismo radicale, è l’autrice del celebre Manifesto SCUM. Oggi ritorna alla ribalta, oggetto di rinnovato interesse da parte dei nuovi femminismi radicali e dei queer studies.
La sua opera, riscoperta nel mondo anglosassone da più di un decennio, resta invece ancora poco nota al pubblico italiano. Trilogia SCUM colma questa lacuna, presentando per la prima volta nel mondo tutti gli scritti di Solanas – Manifesto SCUM in una nuova traduzione e due inediti a livello mondiale In culo a te, Prontuario per fanciulle – in un unico volume arricchito da due introduzioni critiche.
Composta prima del risveglio della seconda ondata femminista degli anni Settanta, a cui ha fornito un impulso decisivo, l’opera di Solanas rivela tutta la sua straordinaria attualità. Con la sua verve polemica e provocatoria, cinica e incendiaria, anticipa temi politici e sociali dibattuti ancora oggi, tra i quali l’uso della tecnologia riproduttiva, l’esclusione delle donne dalla cultura, dall’arte, dalla scienza e dalle risorse economiche, il lavoro domestico non retribuito delle donne, il sessismo psichiatrico e la critica radicale all’eterosessualità obbligatoria.

Ne discuteremo con le curatrici Stefania Arcara e Deborah Ardilli
anche per capire cosa Valerie Solanas (che dice di sè “sono una rivoluzionaria, non una pazza”) può offrirci verso lo sciopero dell’8 marzo

Valerie Solanas – Trilogia SCUM

[durante la serata sarà presente un banchetto di NON UNA DI MENO e sarà possibile acquistare il Piano femminista]

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Presentazione di “Carla Lonzi: un’arte della vita”

 

 

il 19 maggio dalle 18.30 a PianoTerra (via Confalonieri 3) presentiamo

“Carla Lonzi: un’arte della vita”
con l’autrice Giovanna Zapperi
e con Carlotta Cossutta e Cristina Morini

“Il femminismo è ciò che permette di sfidare i ruoli e i rapporti asimmetrici che strutturano la vita delle donne, nell’arte come nei rapporti sociali. Il protagonismo dell’artista, al contrario, per Carla Lonzi non fa che produrre ruoli, che di fatto impediscono il manifestarsi della coscienza di ognuna. È questo il nucleo di una riflessione sulla creatività nel femminismo, che coinvolge un ripensamento a tutto campo delle strutture attorno alle quali è organizzata l’arte”

Da circa un decennio la storia biografica e teorica di Carla Lonzi, figura preminente del femminismo italiano degli anni ’70, è oggetto di una continua riscoperta, non solo in Italia: dapprima con la ripubblicazione di tutti i suoi scritti, tra i quali il famosissimo Sputiamo su Hegel; poi con convegni e studi specifici. Sta così riemergendo il lavoro di riflessione di un’autrice affascinante ed enigmatica che ha saputo pensare il femminismo quanto il mondo dell’arte, il potere quanto le forme dell’emancipazione delle donne.
Giovanna Zapperi si interessa alla traiettoria di Carla Lonzi e ai rapporti tra arte e femminismo nell’Italia tra gli anni ‘60 e ‘70. Attingendo a fonti di archivio inedite, questo libro dimostra che i due periodi che sembrano scandire la biografia di Carla Lonzi (prima la critica d’arte, poi il femminismo) segnano in realtà un percorso che intreccia l’intera espressione teorica di questa importante autrice. Questa lettura ci consente allora di ricavare dal pensiero di Carla Lonzi categorie per leggere il presente, tanto per una critica all’altezza dei tempi sul ruolo e l’uso delle immagini, quanto per capire le forme di subordinazione legate al genere.

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Obiezione Respinta: parliamo di salute sessuale e riproduttiva

Obiezione respinta: parliamo di salute sessuale e riproduttiva

3 maggio, h 19, a PianoTerra (via Confalonieri 3)

il diritto alla salute sessuale e riproduttiva in Italia assomiglia sempre più ad una corsa ad ostacoli, tra tagli ai consultori, obiezione di coscienza ed eteronormatività.
Attraverso il lavoro di Non una di meno è nata Obiezione respinta una mappa per provare ad orientarsi e a segnalare situazioni critiche e luoghi accoglienti, come le consultorie autogestite.
il 3 maggio alle 19 la presentiamo a Pianoterra insieme ad aQara, che l’ha realizzata.
nella stessa serata con Elisa Murgese di Diritto di Sapere racconteremo i dati sugli ospedali e i consultori lombardi che abbiamo potuto raccogliere grazie al FOIA – Freedom of Information Act che consente l’accesso alle informazioni della pubblica amministrazione.

venite a scoprire qual è lo stato di salute della 194 in Lombardia e a immaginare con noi #moltopiùdi194.

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Nos Mueve El Deseo: voci verso lo sciopero dell’8 marzo

Mercoledì 14 dicembre a Piano Terra abbiamo ascoltato alcune voci dall’Argentina, dal Messico e dalla Turchia per farci raccontare i percorsi femministi, le mobilitazioni di novembre e le idee verso lo sciopero dell’8 marzo.

Grazie a router possiamo ascoltare la registrazione della serata, andata in onda il 22 dicembre su shareradio.it

http://router-radio.org Prosegui la lettura »

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Nessun* si salva da sola

nonunadimenoverso la manifestazione:

Ni una menos! Non una di meno!

Il 26 novembre a Roma scenderemo in piazza contro la violenza maschile sulle donne, come recita lo slogan della manifestazione Non una di meno.

Una manifestazione vitale, oggi, perché crediamo che solo una lotta femminista, capace di riprendersi lo spazio pubblico, sia in grado di darci la forza di resistere e rinsaldare quei legami e quelle reti che ci tengono vive.

Sappiamo, infatti, che la violenza maschile (e con maschile intendiamo una postura e non certo una biologia) è strutturale, sistemica, quotidiana, tutto fuorchè un’emergenza improvvisa e imprevedibile. Si tratta, ogni volta, di un raptus diverso, di malesseri differenti e di scuse che giustificano i carnefici. Sappiamo che questa violenza è sono il frutto più esplicito di una cultura maschilista che si nutre di battute, fischi per strada, mani sul culo, disparità salariale e di status, pretese di trovare la cena pronta e di definire l’altra. E’ una violenza che si nutre dell’eteronormatività, ossia l’eterosessualità come unica forma di relazione possibile, e si rivolge contro tutte le soggettività che sfidano il binarismo di genere e mettono in questione i modelli egemonici di femminilità e mascolinità.

Sappiamo che la violenza è alimentata da un sistema di welfare che si rivolge costantemente alla struttura famigliare come unico referente sociale, rinchiudendo le donne nelle strette maglie del privato e della coppia, in un incastro temibile con le retoriche dell’amore come forza salvifica e totalizzante. Il lavoro di cura diventa così gabbia obbligata e prima cornice che identifica il soggetto-donna senza possibilità di diversificare scelte e desideri. Sappiamo che la violenza si nutre di istituzioni (ospedali, polizia, tribunali, etc.) che per prime, dichiarando di combatterla, la minimizzano. Fedeli all’adagio “tra moglie e marito” e all’idea che la fine di una relazione sia un fallimento da prevenire ad ogni costo (anche quello della vita di una donna!) producono immaginari repressivi ostacolando tutte le forme di educazione, formazione e tutela che potrebbero costruire alternative a questa mentalità.

Sappiamo che la violenza si rafforza anche grazie ai media che ad ogni nuovo femminicidio sono pronti a scandagliare la vita della vittima per metterne in luce ogni deviazione dalla norma. Ogni dettaglio che esce dallo schema della nostra società ancora fortemente patriarcale e repressiva diventa una giustificazione per ogni carnefice oppure viene riportato a supposti costumi ancestrali se proviene da contesti culturali diversi, sommando così razzismo a sessismo. Media che non perdono occasione di dirci che le vittime non sono tutte uguali: che le vite delle donne transessuali o delle prostitute valgono un po’ di meno, senza riconoscere loro lo statuto pieno di donne.

Sappiamo che la violenza attraversa ogni ambito delle nostre vite, anche quelli dove dovremmo essere al centro di pratiche di cura, come i consultori, sempre più colonizzati da medici obiettori, e le sale parto, in cui si agisce spesso violenza ostetrica. Sappiamo che la violenza si nutre anche del binarismo di genere rafforzato da una medicina che pratica operazioni chirurgiche di riassegnazione del sesso su* neonat* intersex e che sottopone le persone transgender a percorsi di patologizzazione e medicalizzazione.

Sappiamo che la violenza si annida in ogni ambiente, anche in quelli che si credono immuni come i movimenti che contribuiamo ad animare e che troppo spesso riproducono dinamiche sessiste.

Per tutto questo viviamo la manifestazione del 26 come un vero punto di partenza, in cui annodare i fili delle lotte che esistono e inventarne di nuove, in cui non delegare, a nessuno, la decisione su come tutelarci, perché sappiamo che la tutela migliore è quella che ci fa essere indipendenti e allo stesso tempo connesse con le altre, capaci di reagire perché forti di un noi che è già politico.

Per tutto questo saremo nello spezzone transfemminista e queer (https://sommovimentonazioanale.noblogs.org/post/2016/11/02/26n-per-uno-spezzone-transfemminista-queer-al-corteo-nazionale-contro-la-violenza-maschile-sulle-donne/), a ricordare che la violenza maschile sulle donne è matrice di altre violenze e di altre oppressioni e che nessun* si salva da sola.

 

 

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“Non pensavo potesse succedere a me”. Storie di lavoro e molestie

non-pensavo_mastroianniIl 10 novembre alle 19 a Macao Slavina condurrà un laboratorio dal titolo “Non pensavo potesse succedere a me” per raccontare e raccontarsi storie di violenza, molestie e discriminazioni sul posto di lavoro. Ambrosia ha scelto di sostenere questo progetto per cercare nuove forme di complicità e cospirazione femminista che, anche in vista della manifestazione “Non una di meno” del 26 novembre, ci aiutino a restistere e respirare meglio.

1. come è nata l’idea di questo laboratorio?

Leggere “Toglimi le mani di dosso” (Olga Ricci, Toglimi le mani di dosso, Chiarelettere) mi ha fatto stare molto male. Ho rivissuto alcuni episodi della mia vita professionale in cui, in forma plateale o molto ambigua, il mio non sottostare a delle dinamiche di abuso mi ha portato a perdere delle occasioni. E ho ripensato a situazioni in cui invece la mia leggerezza nel mischiare i livelli di coinvolgimento ha generato conseguenze disastrose. Però pur empatizzando molto con la condizione della protagonista (e comprendendo pienamente la sua rabbia) dal luogo in cui mi trovo ora (sono nella mia maturità esistenziale e professionale, molto distante dall’ansia giovanile di trovare un posto nel mondo o affermarmi in una professione) sento di avere una lucidità diversa nell’analizzare certe situazioni – e grazie all’allenamento femminista ho sviluppato anche una migliore capacità di riconoscerle e reagire. Parlando con le amiche poi mi sono resa conto dell’impressionante diffusione del fenomeno e parlando con Olga – l’autrice del libro – di quanto invece sia sommerso, silenziato, di quanto poco spazio abbia nel discorso pubblico (anche in quello antagonista). Quindi un po’ per valorizzare e dare ulteriore respiro al lavoro di Olga, un po’ pensando a quante vivono ancora questi episodi – conseguenze del sistema sessista in cui cresciamo – con senso di colpa per mancanza di un ambito di confronto con altre vittime, un po’ per provare a costruire un quadro interpretativo (utile tanto alle donne quanto agli uomini che non vogliano riprodurre un modello di oppressione) ho pensato a questa proposta laboratoriale. Ho paura, perché non è scontato che funzioni e lavorando con una materia così scottante il timore della non riuscita non è una questione di soddisfazione personale ma l’ansia di disattendere aspettative di liberazione, però meglio provarci…

2. come definiresti una molestia?

La molestia è un atto di disturbo, nel suo significato giuridico generale. É un’azione che quando sei sul luogo di lavoro distoglie la tua attenzione da quello che devi fare, ti deconcentra e depotenzia quando non ti umilia direttamente. Nel caso che ci interessa è un’azione legata allo squilibrio di potere nello spazio pubblico tra uomo e donna e si realizza in forme e gradi di intensità diversi. Un primo livello è puramente verbale, con osservazioni sull’aspetto fisico, l’abbigliamento, complimenti non richiesti, inviti – forme di pressione e di intrusione che possono raggiungere il livello di invadenza fisica e che arrivano a volte al ricatto sessuale vero e proprio. Chiaramente perché si completi – per così dire – l’escalation, la disparità di potere non deve essere legata solo al genere di appartenenza ma anche al posizionamento all’interno del gruppo di lavoro, però il contesto di abuso lo si vive a volte anche nella relazione tra colleghi di pari grado, con forme di invasione dello spazio personale che sono rivendicate come galanteria o vissute come conseguenza logica dell’eteronorma: tu sei donna, io sono uomo, quindi “ci provo”.

3. quali sono le caratteristiche degli ambienti di lavoro che li rendono così spesso teatro di molestie e discriminazioni?

Molto spesso i luoghi di lavoro funzionano attraverso strutture gerarchiche e ovviamente quando tutti i soggetti non hanno lo stesso potere contrattuale esiste automaticamente la possibilitá che chi sta in condizione di inferioritá venga vessato. E quello femminile è il soggetto inferiore per definizione nella nostra societá – la sua relazione con lo spazio pubblico ne è la prova: per le donne la molestia verbale è purtroppo spesso il grado zero della socializzazione – da quando cominci ad essere identificabile come “donna” (12, 13 anni?) è difficile sfuggire a osservazioni sessualizzanti quando non direttamente all’invasione della propria intimitá.

Potremmo arrivare a parlare del tetto di cristallo e della mancanza cronica di donne nei luoghi di potere, ma per farla breve mi limiterei ad aggiungere che nell’attualitá ancor prima di parlare di gerarchie la questione di fondo é che il lavoratore e la lavoratrice sono soggetti ad un livello di precarietá endemico, e pur di conquistare uno straccio di salario si trovano costretti a sottostare a performance umilianti anche quando non sono relazionate direttamente al ruolo di genere (peró… non a caso si parla di femminilizzazione del lavoro).

4. quanta “complicità” femminile pensi ci sia in questi casi? (pensiamo non a chi riceve le molestie, ma a chi osserva senza fare nulla o a chi sposa il sessismo per raggiungere più rapidamente i suoi scopi)

Nell’apocalittico contesto lavorativo in cui viviamo la solidarietá di classe è un concetto che non ha perso solo appeal, ma proprio se ne disconosce il senso, anche con una certa violenza. La regola è la competizione e in un ambito competitivo la complicitá non è contemplata. C’è anche da dire che spesso le forme di molestia sono cosí sottili e “personalizzate” che bisogna aver un occhio ben allenato per riconoscerle – o in alternativa provare una profonda empatia per la collega che ci racconta di averle subite, il che purtroppo non è scontato. Quanto alle donne che basano il loro avanzamento sociale sullo scambio sessuo-economico non si va oltre l’insulto generico, non esiste un’analisi lucida ne’ tentativi di reazione: il sistema-lavoro italiano è talmente malato di nepotismo e basato su dinamiche di favoritismo che tutto è vissuto come una fatalitá inevitabile.

5. quali sono le strategie di narrazione che pensi possano essere utili?

Prima di tutto è importante, partendo da se’, riconoscere i livelli di complicitá involontaria che attivano la dinamica dell’abuso – ovviamente non per colpevolizzarsi ma per capire quali sono le risorse di prevenzione (purtroppo sono storie che tendono a ripetersi). Poi riuscire a dare a un nome alle cose è un altro passaggio essenziale: capire, attraverso la condivisione della propria storia, quanto la posizione di vittima in questo caso non sia legata a una tragica casualitá o agli errori nella gestione della relazione che possiamo aver commesso, ma a un tipo di oppressione sistemica. Imparare ad usare le parole chiave: intimidazione, coercizione, mobbing. Trovare quelle che ancora non esistono… E attraverso questa forma di coming out rialzare la testa: Non pensavo potesse succedere a me non è una frase scelta a caso. Succede a tutte e saperlo ci aiuta a superare il senso di sconfitta e il senso di colpa. E magari ad attivare strategie di reazione collettiva.

6. e altre strategie di resistenza?

Imparare ad utilizzare la comunicazione assertiva. Riconoscere quando è il momento di mostrare i denti e usare una legittima dose di aggressivitá per difenderci. Provare a costruire reti di relazione dal basso basate sulla fiducia che ci rendano meno sole davanti al pericolo. Riscoprire il senso della complicitá tra pari anche per decostruire il fascino del potere.

Questi sono i primi spunti su cui provare a lavorare – diciamo che l’importante è non rassegnarsi e pensare che siccome è un problema sistemico siamo impotenti.

Tra l’altro il giorno 19 ci sará una iniziativa di presentazione del libro piú istituzionale, al Mare Culturale Urbano, alla quale parteciperanno rappresentanti sindacali e giuriste: immagino che quella sará un’altra occasione utile per capire qual’è il quadro legislativo e quali sono le risorse legali per chi subisce questo tipo di abusi.

7. perchè hai deciso di aprirlo solo alle donne?

Il fenomeno della violenza di genere sul lavoro in realtá non riguarda direttamente solo le donne (colpisce anche tutte le minoranze portatrici di sessualitá dissidenti: lesbiche, gay, transessuali), ma ho pensato di cominciare il percorso tra socializzate donne in realtá per semplificarmi un po’ la vita – visto che è il primo esperimento di questo tipo.

La consapevolezza di base è che siamo imbevute tutte della stessa cultura maschilista e abbiamo avuto un’educazione simile a un certo tipo di accondiscendenza: la programmazione di genere (non solo familiare ma sociale) ci ha preparate a un destino di sottomissione (al quale cerchiamo di sfuggire). Partiamo da lí e la scelta dell’ambito separato è per non doverci ritrovare a spiegare a chi invece ha imparato fin da piccolo a prendere a testate il prossimo quando voleva una macchinina il perché quando il capo ci ha messo una mano sul culo non abbiamo avuto la forza di reagire ma siamo andate a piangere in bagno. Perché è vero che come dice Despentes “a questo punto non lo so piú cos’è una donna – e nemmeno mi interessa” ma il separatismo come tattica per la decolonizzazione ha ancora una sua validitá.

8. come si inserisce nel percorso verso il 26 novembre?

Lavoro di solito con la sessualitá, che è un’altra materia molto censurata – e mi sono accorta in questi anni di laboratori che un primo passo fondamentale, per affrontare una questione problematica, è avere la possibilitá di confrontarsi tra simili in uno spazio intimo che non sia concepito come privato ma caratterizzato come politico. Trovare le parole per dirsi, ascoltare quelle delle altre per differenziarsi o ritrovarsi…

La spirale dell’abuso riconducibile alla violenza di genere (che sia sessuale, domestica, ostetrica – c’è davvero l’imbarazzo della scelta, ahinoi) sembra irrevocabile soprattutto quando una si sente sola e incompresa – e tessere reti di supporto è una forma di impoteramento essenziale, indispensabile.

Ho creduto giusto provare a dare il mio contibuto aprendo uno spazio di confronto e di discorso su un tema poco frequentato, per le mie compagne ma anche per chi il femminismo non l’ha ancora incontrato e non ne capisce il senso pur avendo vissuto la violenza dell’oppressione patriarcale sulla sua pelle.

Qui trovate altre info sul laboratorio: https://www.facebook.com/events/1594084104227136/

e su Slavina: https://malapecora.noblogs.org

per iscriversi (costa 10 euro) scrivete a ziaslavina@gmail.com

*elaborazione grafica di Maria-Letizia Mastroianni

da milanoinmovimento.com

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