Dossier. Sguardi puntati su Expo. Per nutrire un confronto politico


copertina_dossier-204x300è uscito Sguardi puntati su Expo, un dossier che indaga l’esposizione universale da un punto di vista situato e incarnato: tra le altre ha scritto anche Ambrosia!
qui trovate la presentazione del dossier, l’indice e il nostro intervento.

il dossier completo lo trovate qui: Eleonora Mineo e Gea Piccardi, Sguardi puntati su Expo. Per nutrire un confronto politico, Iaph Italia, 2015
Grazie a Gea e Eleonora per il loro lavoro!

Di fronte all’evento Expo2015 – un evento che produce discorsi e narrazioni non solo attraverso la retorica sul cibo, ma anche, e forse soprattutto, attraverso le modalità di organizzazione del lavoro, della condivisione, della partecipazione, del pensiero – abbiamo scelto di prendere parola.

Lo abbiamo fatto, e abbiamo invitato le autrici di questo dossier a farlo, nella prospettiva della differenza, ovvero forti delle competenze accreditate dall’esperienza e certe dell’autorevolezza della parola che scaturisce dalla consapevolezza del proprio essere incarnate, con uno sguardo sul mondo che sappia tener conto dell’intreccio di relazioni in cui siamo e che ci chiama a dirne qualcosa, per farnequalcosa.

Le autrici hanno risposto al nostro invito, ciascuna secondo il proprio sentire, ciascuna con una propria specificità, anche distanti le une dalle altre, ma mettendo in luce dei punti distinti che insieme si tengono e delineano un contributo unico, di ampio respiro, aperto in più direzioni.

Abbiamo deciso di prendere parola perché abbiamo molto da ridire, su Expo e le sue contraddizioni, ma soprattutto su una differenza che dà forma al mondo, da dire ancora e ancora.

Indice:
Qualcosa da ridire, di Eleonora Mineo
Eating as a saying: the existential, ethical and political dimension of eating, di Corine Pelluchon
Cibo come condivisione di Umwelt, di Lavina Spimpolo
Anche il cibo è donna: una prospettiva teologico-femminista, di Antonietta Potente
Dalla mano alla bocca. Saggio fantastico, di Brunella Antomarini
Sovranità alimentare, contadini e donne, di Mariarosa Dalla Costa

I mille volti di Expo. Percorsi critici di nuove idee di mondo, di Gea Piccardi
L’Expo 2015 così non ha senso, di Vandana Shiva
Donne per Expo. Note critiche al margine del megaevento, di Gea Piccardi
Superare la madre nutrice, di Adriana Nannicini
Aria di Expo. Sicurezza alimentare e questione di genere: dibattito a una sola direzione, di Serena Frascona
Women for Expo: tingere di rosa il cemento, di Ambrosia


Women for Expo: tingere di rosa il cemento

 

Expo è innanzitutto un grande evento, una fiera ormai anacronistica in confronto alle velocità con cui merci e contatti viaggiano sulla rete, un grande carrozzone pieno di tutto e di niente, un surreale spettacolo pirotecnico. L’Esposizione Universale ha aperto i suoi cancelli a Milano presentandosi come una grande opportunità, mentre nei mesi scorsi è stata travolta da scandali e corruzione e, soprattutto, mentre crea debito, cemento e precarietà.

Expo, infatti, sorge ora in mezzo a svincoli autostradali e rotonde spettrali, in quelle che fino a poco tempo fa erano delle aree agricole, nel mezzo della pianura padana – uno dei luoghi più fertili al mondo. Queste aree sono state comprate a caro prezzo (da qui il debito che Comune e Regione dovranno continuare a pagare nei prossimi anni) e ricoperte da una enorme piattaforma di cemento per permettere la costruzione dei padiglioni, che alla fine dell’esposizione saranno rimossi per lasciare il posto a non si sa ancora che cosa: sono state fatte delle aste, infatti, andate deserte. Inoltre, per permettere la realizzazione di Expo sono stati stipulati accordi sindacali al ribasso, che segnano il futuro dei contratti di lavoro con meno garanzie e meno diritti. Ma soprattutto, il grande carrozzone si regge sul lavoro volontario di moltissim* giovani, invischiati in un’economia della promessa che si nutre di loro per poi lasciarl* al punto di partenza.

In questo panorama il tema dell’esposizione, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, sembra essere del tutto scomparso o lasciato nelle mani di Eataly e di qualche multinazionale. Anche per questo Expo propone un progetto che definiamo di pinkwashing modificando leggermente il significato del termine. Se i primi a lavare le proprie scelte politiche con un bel rosa brillante sono stati gli israeliani promuovendo l’immagine di un paese gay friendly, Expo utilizza lo stesso stratagemma servendosi delle donne a cui dedica un intero progetto (WE – women for expo) e un angolo rosa all’interno del padiglione zero.

Women for Expo è presieduta da Federica Mogherini, ma ha come presidente onorario (tutti i maschili sono così sui canali ufficiali) Emma Bonino e come ambasciatrice Lella Costa, e questa è la presentazione: “WE parla di nutrimento e sostenibilità e lo fa per la prima volta mettendo al centro di un’Esposizione Universale la cultura femminile. Ogni donna è depositaria di pratiche, conoscenze, tradizioni legate al cibo, alla capacità di nutrire e di nutrirsi, di prendersi cura non solo di se stessi, ma anche degli altri. […] la sostenibilità del pianeta passa attraverso una nuova alleanza tra cibo e cultura e che le artefici di questo nuovo patto per il futuro debbano essere le donne. Saranno artiste, scrittrici, grandi personalità, ma anche donne comuni”. Ma soprattutto si presenta attraverso un video in cui una voce suadente ricorda che la rivoluzione necessaria a Nutrire il pianeta può partire solo dalle donne, da sempre abituate a condividere il cibo e a prendersi cura degli altri. Nelle immagini alcune donne, stilizzate e tutte uguali, cullano il mondo tra le proprie braccia e si riuniscono per formare la parola We, che, ci viene spiegato, significa Women for Expo.

WomenForExpo è la quota rosa di Expo: propone l’immagine di una donna naturalmente votata al prendersi cura, a cullare e al nutrire il pianeta. È un progetto che normalizza la condizione di oppressione delle donne, infiocchettandola e rendendola tollerabile e auspicabile perché risultato di un’inclinazione naturale. Il progetto Women for Expo, con il suo padiglione, darà spazio alla grande campagna mediatica volta ad imporre due modelli di emancipazione e centralità per le donne: da una parte la madre della vita e della terra, naturalmente predisposta alla condivisione, all’altruismo e al nutrimento e dall’altra la donna imprenditrice, la cui emancipazione si manifesta esclusivamente nell’esercizio di potere all’interno del modello capitalistico.

Nonostante WE parli costantemente di futuro e di nuovi patti, quello che propone alle donne è la costante replica sempre identica di vecchi stereotipi: la donna, madre, altruista, capace di generosità senza volere nulla in cambio. Le donne vengono rappresentate come creatrici di una nuova comunità, così come i rivoluzionari francesi rappresentavano la Patria come una madre col seno scoperto pronta ad allattare il popolo. Le donne, con le loro particolarità e differenze, scompaiono in una donna indistinta, nella donna comune (per distinguerla dalle grandi personalità affermate) priva di desideri propri e di un volto unico.

L’universalità dell’esposizione si rivela pertanto solo un bluff: propone un immaginario pacificato, in cui le donne risolvono i (e assolvono dai) problemi del mondo, senza mettere in discussione né l’ordine patriarcale, né quello neoliberista. Una veste di innovazione maschera il conservatorismo dietro il quale si nasconde questa fiera: un’impostazione millenaria e immobile. WE, infatti, non dedica nemmeno una parola ai milioni di donne che nel mondo lavorano nel settore agroalimentare, spesso in condizioni di sfruttamento e di estrema povertà: un esempio su tutte sono le donne tamil dello Sri Lanka, costrette a raccogliere foglie di tè Lipton per stipendi da fame, senza nessuna garanzia, su pendii scoscesi, solo per il fatto di avere mani più piccole e “precise” degli uomini. Women for Expo non racconta nemmeno, però, gli esempi virtuosi di donne che si auto-organizzano in cooperative, che lottano per i propri diritti e che si prendono cura sì del pianeta, ma criticando proprio quelle multinazionali che vengono ospitate con tutti gli onori nel sito dell’esposizione. E ancora, a fronte dell’accostamento donne-cibo, donne-nutrimento, non una parola sui molti disturbi alimentari che affliggono le donne del mondo, ma solo un’immagine patinata e coperta di rosa di generazioni di donne che si ritrovano in cucina per tramandarsi ricette, consigli di vita e segreti di seduzione. Un modo più glamour e fashion di ricacciarle tra le mura di casa, nel privato invisibile delle relazioni familiari che spesso sono anche le più opprimenti.

La posta in gioco è quindi la creazione di immaginario: donne che inviano la ricetta del cuore per produrre “Il romanzo del mondo” che racconta del rapporto tra donne e cibo e incoraggia l’allattamento al seno come forma di nutrimento perfetta. Quest’ultimo invito corrisponde alle indicazioni dell’OMS, ma stride vedere un seno che allatta un bambino come immagine dello slogan “Nutrire il pianeta”. Ancora una volta si rinforza lo stereotipo per il quale solo la madre (naturale), in grado di allattare il proprio bambino, è una buona madre, capace di prendersene cura nel modo più corretto non solo per lui, ma per tutta la Terra. I padri scompaiono, evidentemente incapaci di cura perché non dotati di seni. E quindi è ancora il corpo della donna il supporto privilegiato di quest’immaginario: lo sguardo, però, si sposta dagli uteri delle isteriche dell’800 ai seni delle novelle salvatrici del mondo.

Questa richiesta alle donne di farsi carico dei problemi del mondo appare ancora più paradossale se vista dagli occhi dell’Italia e delle sue contraddizioni: siamo in un paese che esalta la mamma in ogni momento, ma che poi offre pochissimi asili nido, nessun congedo per i padri, consultori a cui vengono continuamente tagliati i fondi, centri per la vita e obiettori che colonizzano gli ospedali pubblici, dimissioni in bianco, e potremmo andare avanti a lungo. Alle donne è chiesto di diventare i soggetti principe della precarietà: sempre ricattabili, costrette a mettere in gioco la propria vita e a corrispondere a modelli normativi di genere, forzatamente multitasking e capaci di essere attente, presenti, madri, mogli, amanti, cuoche e nutrici del pianeta.

Expo, in questo grande calderone, svilisce almeno due secoli di lotte femministe per l’autodeterminazione con la narrazione di donne felici solo nella dimensione della cura (parlando, infatti, di una cultura femminile). E lo fa pretendendo di rappresentare tutte le donne del mondo, per questo indistinto “noi” che ci accomunerebbe tutte, a tutte le latitudini e in tutti gli ambienti. Molte sicuramente si riconoscono in questo modello, ma molte altre propongono una visione critica perché questa narrazione non fa che renderle ancora più discriminate.

Infatti a queste donne di WE, modelli perfetti e pacifici, vengono contrapposte, nella più classica dicotomia, le puttane, oggetto di un’ordinanza del Comune di Rho che impone alle donne di coprirsi per non dare l’impressione di voler adescare i clienti, offuscando il lindore di Expo. Ancora una volta questa esclusione segnala la finta universalità del progetto Women for Expo: a poter salvare il pianeta saranno solo le donne per bene, e forse noi siamo ben felici di presentarci come donne per male, che lottano per la propria libertà, il proprio godimento, consapevoli che la nostra forza collettiva è ben lontana dal patinato Noi/WE di questa pervasiva esposizione universale.

Ma Expo non si limita a questo pinkwashing. Nel tentativo di trovare più consenso possibile e di espandere il target commerciale, strumentalizza il bisogno di riconoscimento ed emancipazione di lesbiche, gay, trans e queer, proponendo loro un mercato ad hoc, fatto di iniziative, locali e quartieri friendly che hanno il solo scopo di intercettare una redditizia fetta di mercato. Destinatari di questi progetti sono quasi esclusivamente uomini gay di reddito medio alto e di origini occidentali. E ancora una volta il referente è solo una parte di mondo lgbt contro tutta un’altra miriade di soggettività che vengono automaticamente escluse e negate. Sono quelle più scomode, meno redditizie che vivono una quotidianità di oppressione e discriminazione, d’invisibilità culturale e legislativa, di marginalizzazione ed espulsione dal mercato del lavoro.
Infine, il progetto Expo di Cascina Triulza. Uno spazio in periferia nord di Milano, dove dare visibilità alle associazioni della “società civile”, tra cui alcune associazioni lgbt e di donne, e così da offrire un minimo di contenuto sociale al logo Expo2015.

 

Lo sfruttamento della terra e l’oppressione di genere mostrano la crisi evidente di questo modello sociale ed economico: Expo rimette al centro del discorso le donne strumentalizzandone i bisogni e rinchiudendole in una cornice ben definita, funzionale al mantenimento del sistema capitalistico.

 

Noi siamo donne, trans*, sexworker, migranti, gay, lesbiche, queer e femministe e vogliamo riappropriarci della nostra città perché la visibilità, l’agibilità e la sicurezza di questa città è fatta anche dai nostri corpi che la attraversano. Contestiamo il sistema di valori di cui Expo si fa portatore e rivendichiamo la libertà di vivere, amare, giocare, performare il nostro genere, i nostri desideri non conformi, la nostra sessualità e le nostre relazioni con gioia e trasparenza. Chiediamo riconoscimento per le molteplici reti di affettività di cui facciamo parte. Chiediamo reddito garantito per le nostre vite precarie. Rivendichiamo il diritto di liberare spazi e luoghi di confronto e di agibilità politica.

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